Imprevedibilità nell’Arte

Pubblicato su considerazioni il 29 Giugno 2009 da fabiotodeschini

(…)”così Pan, che credeva di aver ormai catturato Siringa, aveva stretto tra le sue braccia, invece del corpo di lei, un fascio di canne palustri. Mentre il dio le considerava sospirando, il vento tra le canne produsse un suono tenue, simile ad un lamento. Pan, sorpreso dell’inusitato fenomeno e colpito dalla dolcezza della voce, promise: “Questo rapporto vocale tra me e te durerà in eterno!” E costruì uno strumento fatto di canne ineguali, tenute insieme tra loro da cera, cui conservò il nome della fanciulla…” (Ovidio, Le Metamorfosi, Libro I – vv 705/712)

Con questi versi il poeta latino Ovidio (43 a.C.) narra la nascita casuale di un’arte fondamentale in tutto il mondo classico, la Musica.  Siringa, un’ amadriade, cioè una ninfa arborea la cui vita è particolarmente legata all’albero cui appartiene, fuggendo dal fin troppo attivo (sessualmente parlando) dio Pan, prega le sue sorelle, dee del fiume, di mutare il suo aspetto. Ed ecco che il dio dei pastori si trova così con le dita strette intorno ad un fascio di giunchi, di certo assai deluso. Poi, improvvisamente, si alza, del tutto inaspettata, una brezza che si insinua tra le canne producendo una dolce melodia, fino a quel momento sconosciuta, dalla quale il dio è talmente rapito da giurarle eterna fedeltà.

Come il loro metodo di produzione, le più significative opere d’arte possiedono intrinsecamente un elemento imprevedibile, casuale; nell’esempio esaminato la mitologia ci offre lo spunto per affermare l’aspetto forse più misterioso ed occulto della produzione artistica: l’effettiva preesistenza dell’ Arte rispetto all’artista (non all’uomo nella sua essenza), in quanto, se è vero, come disse Albrecht Durer, che “(…) in verità l’arte è insita nella natura: chi può estrarla da essa la possiede”, allora, così come è presente in natura, anche nell’arte un elemento prettamente caotico non sarà difficile da trovare, né da occultare, nel caso a qualche detrattore di questa ragionevolissima affermazione venisse l’improvviso desiderio.

Anche la mera copiatura di ciò che ricade sotto i nostri sensi non si salva dalle bizze di qualche imprevedibile spirito racchiuso in una venatura  del marmo del David, nella vibrazione della mano del pittore dovuta ad una maggiore o minore pressione sanguigna, l’intensità con cui una nota può essere suonata o, perchè no, l’interpretazione stessa di un testo musicale, che può essere del tutto arbitraria, ma non per questo completamente prevedibile e razionale.

Castaneda chiamava quest’universo parallelo e del tutto compenetrato, dove le leggi di causa/effetto che inducono l’uomo a ripetere sterili registrazioni non esistono, Nagual; il mondo dell’imprevedibilità, nel quale i cinque sensi non sono più sufficienti né a registrare né a ripetere o tanto meno a tradurre, poichè soltanto un approccio di tipo telepatico a questo punto potrebbe trasformare (nel significato prettamente etimologico di passare oltre la forma) la realtà percepita con questo senso sovra-razionale in un’opera che possa effettivamente essere definita “artistica”.

In letteratura, sebbene il più delle volte produca effetti non propriamente significativi, abbiamo la tecnica della “scrittura automatica”, che tenta, appunto, di svincolare la tecnica artistica dello scrittore dalle comuni connessioni spazio- temporali, dalla logica, dalla razionalità e, entrando forse nel vivo della questione, dalle influenze in un certo senso ereditate dall’artista stesso nel corso della sua opera e della sua vita. A questo proposito, si veda il concetto di “meme” di Richard Dawkins e gli studi successivi sulla memetica, la scienza che studia questo tipo di unità verbale ( e quindi concettuale) autopropagantesi. Altrettanto interessanti sono gli esperimenti di William S. Burroughs, ai quali dedicò buona parte della sua produzione, con il “cut-up”, cioè il collage (una tecnica inizialmente utilizzata solo in pittura, che gli fu consigliata dall’amico e collaboratore Brion Gysin, in precedenza facente parte del gruppo dei cosiddetti Surrealisti) di brani suoi e di altri scrittori, “tagliati” e ricomposti secondo uno schema casuale che, molto spesso, dava vita ad un nuovo testo dai significati del tutto inaspettati.

In pittura gli esempi si sprecano. Anche Jackson Pollock, il pittore americano divenuto famoso per la tecnica di sua invenzione denominata “dripping”, “sgocciolamento”, affermava decisamente di non essere mai pienamente consapevole di quanto stava creando, lavorando così in una sorta di trance ipnotica in cui i normali flussi del pensiero si incanalano verso misteriose ed occulte destinazioni, per poi “prendere coscienza”, uscire dal suo dipinto e comprenderlo con il distacco oggettivo che potremmo avere noi stessi ammirandolo appeso alla parete di una sua esposizione.

Ed è proprio l’ Intuizione, ancora una volta nel suo significato più letterale (intus ire, entrare dentro) la definitiva molla che riesce a far scattare il meccanismo artistico. Il problema principale, forse, è il rischio di potersi perdere all’interno di questa burella oscura e luminosa (”Scendi! O potrei dirti sali, è tutt’uno!” dice Mefistofele a Faust); e non si può negare che quegli atteggiamenti anticonformisti, anarchici o, nel peggiore dei casi, anche schizofrenici, assunti da molti artisti che, almeno secondo il “senso comune”, impazzirono, siano probabilmente legati alle problematiche incontrate nel ritornare ad una realtà meramente “razionale” e, in definitiva, socialmente accettata. E’ la condizione umana, espressa così meravigliosamente nella genialità della metafora del nocchiero in “Un colpo di dadi non abolirà mai il Caso” di Mallarmé. Ed è anche in questo esempio (forse più che in qualsiasi altro a ben pensarci) che l’irrazionalità prende il sopravvento con nuove forme, nuove luci, spazi bianchi dove un momento prima c’era tempo, c’era parola. 

Si potrebbe discutere quasi all’infinito di questo tema, a parer mio cruciale per comprendere il significato di una qualsiasi produzione artistica; quand’anche esaminassimo la questione da un punto di vista scientifico ( e, va da sè, la Scienza dello Spirito mi sembra l’unica disciplina in grado di esaminare ciò che, necessariamente, va oltre la razionalità sensibile) scopriremmo forse, con grande disappunto dei rigidi occultisti, che anche i reami dello spirito non sono così ordinati come l’esoterismo cristiano, ebraico ed islamico ci avevano fatto credere. Il fatto è che, in altre parole, discutere ancora di Troni, Dominazioni, Virtù, Arcangeli, Angeli e via dicendo non è decisamente più concepibile; un universo gerarchizzato all’estremo, necessariamente, provoca nel microcosmo una visione altrettanto ordinata e gerarchica. E noi questo non lo vogliamo. Forse che la nebbia, alzandosi dal suolo gelato in un’antelucana mattina montana provoca fantasmi la cui dispersione ed il cui accumulo e concentramento obbediscono a qualche legge determinata da un’entità superiore?

Gli spiriti sono anarchici.

Personalmente, sono riuscito ad ottenere risultati significativi soltanto con la scrittura automatica ma accellerata, in particolare dopo esperienze di meditazione profonda. Quando ogni parola trascende le lettere che la compongono ed il significato convenzionalmente accettato da un preciso linguaggio, si possono sprigionare energie che forse sono quasi incontrollabili, capaci di scatenare mutamenti anche nell’assetto esclusivamente fisico e materiale della società. Qui si entra in un campo piuttosto vasto e colmo d’insidie, anche se tutto sembra avvalorare l’ipotesi di alcuni scrittori(a parer mio non molto remota) che, in un momento primordiale dell’espressione umana artistica, parola ed immagine fossero, in effetti, la stessa entità. Questi esperimenti sono necessari per qualsiasi scrittore ed in particolare per qualsiasi poeta; non vorrei responsabilizzare troppo nessuno, ma forse il poeta ha anche il dovere morale nei confronti di se stesso e dell’umanità di “trascendere”. Altri esperimenti mi hanno portato invece verso forme ancor più casuali della composizione. Un esempio: ricordate le cosiddette “sorti virgiliane” utilizzate come metodo divinatorio nel Medioevo (ed anche di Rabelaisiana memoria)? Non si fa altro che prendere che so, le Georgiche e l’Eneide (un qualsiasi testo naturalmente, inclusi i discorsi politici, di attualità), tirare un pugno di dadi e, a seconda dei numeri usciti, si sceglie il capitolo ed i versi. Poi si scompone il tutto inserendo parole scelte a caso (io a volte utilizzo delle “griglie archetipe”, cioè diverse linee orizzontali di varia lunghezza di parole che possano essere variamente interpretate e che rappresentino anche aspetti tradizionali ed esoterici ormai entrati a far parte dell’inconscio collettivo: Luna, Sole, Saturno, Terra, Aria, Fuoco, Caverna, Montagna, Serpente, Roccia, Fallo, Vagina, Madre, Padre ecc. numeri e congiunzioni inclusi) e la trasformazione del testo a quel punto è completa (anche se in continuo possibile mutamento), con la nascita di nuove parole e ripetizioni che assumono un ritmo particolare ed un effetto mantrico.

E così, la carta stessa prende vita.

 

 

Due versi prima del solstizio…

Pubblicato su poesia il 20 Giugno 2009 da fabiotodeschini
Giardino di Villa Pisani

Giardino di Villa Pisani

Temporale…

Non sentir

più un uccello

cantare.

Non una voce, di uomo, di donna, parlare.

Rugiada cerebrale.

Alta regione,

che il mondoDPP_0570

 assale.

Fremendo,

tiepidi,

sentenziando,

certi,

anni d’esperimenti non bastano

ad affermare:

spegniti cartaccia inzuppata

nel temporale.

Ho deciso battaglia,

ho scelto fortunale.

Quel potere reale…

Passando tra i flutti ricordo

e vedo

“Qualcosa di strano è successo

qui.”

 

 

19 Giugno 2009

Ritorno

Pubblicato su poesia il 3 Giugno 2009 da fabiotodeschini

Dubito che abbiate sentito la mia mancanza, comunque, oggi per voi pubblico:

 

 

La cavalcata delle chimere

 

 

Incontravo un amico / che non vedo da tanti, tanti anni, /

in un istante di silenziosa saetta / saldato all’ara remota /

della riunione. / Mentre gustavo arrotolati spiriti di gloria /

nell’arcade simposio dei nostri cuori silvani. /

Temo un sogno.

 

Non ero invisibile e la mia voce di sonore cromatiche liscive /

era udita dall’assemblea plenaria degli uomini, /

non sovrastava il coro comune / del miglior talento. /

Benèfici Immortali / conoscevano il mio nome.

Un sogno, temo.

 

Vergati i miei successi calliopei / sulla lavorata carne d’alberi quotidiani, /

sorridevo / senza galleggiare nell’acqua amara /

l’asprezza dell’aceto che dovrebbe sciogliere le ruggini /

nei lobi martoriati dall’insensato potere /

Temo un sogno.

 

Camminavo senza fastidio pur non essendo solo /

nulla ho poi lasciato inconcluso /

per la forza per la volontà per il merito /

una considerazione più che una glossa marginale, /

non più acquosi occhi frantumati dal rossore incompatibile. /

Soddisfacevo tutto il bisogno del mondo. /

Un sogno, temo.

 

Avevo bruciato l’innominabile triade /

stupido-ignorante-volgare. /

Iniezioni di tracce sublimi, / boschi cristallizzati e spiagge di profonde sensibilità. /

Non mi accorgevo del fetore degli uomini / non c’è questo fetore, /

volatilizzato nelle chiarezze dorate dell’arte degli occhi /

non mi parevano più interessati ad una Moneta-Tetto /

più che alla polimorfa unica universale vita. /

Temo un sogno.

 

Infilzavo rimorsi / a cavallo del mio stesso benigno furore, /

non c’erano più fatue chincaglierie / simili ad acuti antagonisti /

germi velenosi sottilissimi mostri chimere / dette illusioni; /

bruciavo tutto in un fuoco di terra / scivolavo via con la pioggia nei canali di scolo /

finalmente tersi ed incantati. /

Un sogno, temo.

 

Potevo ascoltare una sciocchezza senza fremere /

d’ineguagliabile siccità, / stringere gli occhi in un solipsismo superbo di diversità; /

non corrugavo la fronte / non attendevo al passo d’alta quota /

che il mio nemico passasse per poi colpirlo. /

Ero una cascata, non uno stagno. /

Temo un sogno.

 

Ombre, porte aperte e singulti /

questi segni poco scolastici / meglio un Artemidoro o esegesi junghiana, /

mischiato a questi segni io stesso segno /

senza più sogni, caro Cleone. /

Mi chiamavano signor Todeschini, mister Theodosic, monsieur “Que sais-je?” /

Un sogno, temo.

 

Sempre tutti intorno a me / danza dell’obelisco /

Zenone, Valerio, Riccardo di Mendes, Riccardo Cuore-di-Capro /

l’Uomo-che-è-lì-per-caso, cioè Enrico il Vero… /

Insomma confraternita assolutamente completa e globale, /

un universo idealmente costruito / niente decapitazioni, niente trofei, nessuno strappa le erbacce… /

Gocce di sangue bollente, gocce nel foglio /

Temo un sogno.

 

Cosmopolitamente inneggiando alla bandiera tra le fiamme /

non ad una Fiamma-Bandiera. /

Suole consumate, sempre dimesso / un’anima rastremata /

cuore sempre danzante, sempre eccitato… /

Un’icona viva, elettrizzata, resa forte e dinamica /

dal passato cioè tutti i pioli della scala Presente; /

non più bloccato ormai, non ricordo, non pittura di veleno /

Un sogno, temo.

 

Non “estremità”, non “solo” né ameno /

contemplazione d’eburneo, fine volto… Attendevo. /

Non uno rompeva il silenzio; / riunito in aureo coro /

ero davvero aedo tra gli aedi, / non carme tra filastrocche;  /

potevo non nutrir il ventre, nessun bisogno… /

Temo un sogno.

 

Camminavo nella brezza, radiose mi accoglievano /

tutte le essenze / pietanze /

serali lumi, lanterne coronate d’edera. /

Uomo completo nella Camera del Mezzo /

nutrito dei Sali boschivi, /

restaurando il legame la fune  l’antica consulenza… /

La scienza, il cielo. /

Un sogno, temo.

 

Una libellula gigantesca, elettrica, cornea, potente come tutti gli oceani le procelle /

si alza dallo stagno immobile, quieto, /

dalla verde, psichica zuppa si alza e vola /

via / via / via /

 

Mi risveglio nel sogno di essere me stesso.

 

 

 

 

3 Giugno 2009

Una poesia per chi non vede soltanto un’aurora…

Pubblicato su poesia il 20 Aprile 2009 da fabiotodeschini

Con quale pelle?

 

 

Con quale pelle di luce sciacquata,

vibrando colpi di silenzio

a grigiastre farabutte nubi,

ti mostri oggi, nel giorno della luna,

o Alba?

Piano.

Attendiamo.

Quale verbo schiude questo portentoso reticolo?

Una forma poetica, lettere di dive nubi

adorate da un delirante, vecchio scalzo…

Espiro attimi…

Silenzio.

Con quale volto di primordio

ti mostri oggi,

è un’identità che forse si potrebbe scrivere.

Un ufficio poetico, cratere sfavillante

nel cielo orientale,

comporre l’Identificazione;

o Alba del mio Sentimento!

Subito divento divinità arcana.

Scivolo via dai volti amati,

vivo nelle occhiate sfuggenti,

nei pensieri notturni…

E lascio intonsa la Tua Carta,

Alba.

 

 

20 Aprile 2009

           

Oriens

Pubblicato su poesia il 1 Aprile 2009 da fabiotodeschini

Non ho fame

Ho voglia di ricordare i miei sogni

Palafitte al tramonto d’immense distese placide

Acqua

Giunchi di Madre Oriente Ieri

Intonando nenie quasi solenni

Euforiche poesie di corpi mattino

Richiesto dall’albatros

Non ho fame - Penso

La notte che mangia i pensieri

Sciolto nello scricchiolio di sandali

Giunchi

Giallo tepore levante

Alba di spine dorsali

Ah!

Così quiete

Utilizzo i miei sogni, è tutto qui, sai, il mio lavoro di poeta

Giunca silenziosamente scende canali immobili

Nel giallastro sorriso

Categorica palafitta nel cuore

Delle civiltà remote

 

 

1 Aprile 2009

Lirica invernale

Pubblicato su poesia il 19 Febbraio 2009 da fabiotodeschini

Sospirare in una mattinata d’inverno

Soleggiata lontananza azzurra sapore

Stesi nel conato escatologico, una fine rigida

Raggio sarcastico e superbo

Ride di una solitudine diarroica

Ampliando gelo azzurro nel carbonio inchiostro scheletro

Sospiro dell’angolo acquattato a comprendere l’antico

Male d’ Aurora

Interrogativo nascente

I geloni e le screpolature letterarie che impongono

Nuovi amori, Amori sognati

Nell’ elevato grado brunito, le sorprese, le compagnie

Amori e città e sogni

Ecco l’orestica ara tegea, l’Etruria, la Crimea nebbiosa, Ande rarefatte… 

I porti malinconici…

Tutti nel mazzetto di formule magiche, personalissimo mantramanjari

Partire nel sospiro

Ahinoi, il letamaio volgare in cui fummo pasciuti

Schiavi, schiavi di stelle lontane… Pazienti…

Un oscuramento lunare sugli scritti mentali

Ignorati

L’ inganno di un dio giocoliere, un Loki, Joker di corte

Per il silenzio del poeta che è certamente inequivocabilmente

Sospiro ghiaccio solare solitudine

Spirare nella mattinata decisa e stabilita

Perle lacrime immobili ormai

Sospiro dei fogli smarriti, mazzo disperso dal vento

Per ispirare germinando menti migliori.

 

 

 

giovedì 19 Febbraio 2009

…dalle nebbie… ancora…

Pubblicato su poesia il 8 Febbraio 2009 da fabiotodeschini

Un pezzo che mi piace molto. Ce ne sono diversi simili a questo nel LDN, adattati agli utilizzi delle diverse imprese e dei rispettivi stati di esistenza. Il LDN oscilla sempre tra stato cosciente, sovra e sub cosciente, onirico, sovra e sub sensibile… Il punto di vista è continuamente mutato, le prospettive praticamente infinite. Tutto ciò ha una struttura continua che forse un giorno spiegherò.

 

“Spedizioni perse nel nulla, terribili anabasi in territori sabbiosi ed ostili, in giungle intricate, verso remoti luoghi che non saranno mai raggiunti…

Zattere piene di moribondi avventurieri alla deriva in sconosciuti delta… Prigionieri che languiscono in gabbie di bambù, tribù di cannibali, uomini di Neanderthal, uomini – scimmia costruiscono imperi nel cuore di giungle che nessuno potrà mai penetrare…

Scrittori sconosciuti divenuti capi-villaggio incidono le loro parole sulla schiena di ammalati, curandone simbolicamente la lombaggine, drogandosi con decotti di erbe colte durante pleniluni ammantati di sogni ed immagini…

Spedizionieri con le gambe spezzate in fondo a crepacci da cui nessuno sentirà mai le invocazioni d’aiuto… Spezzano capsule di cianuro di potassio tra i molari, facendola finta con il dolore e la solitudine e la completa, cieca indifferenza dei loro dei…

Battelli a vapore semidistrutti, alla deriva verso l’oceano/specchio di tutti i ricordi… Sì, l’oceano ricorda, ricorda molto bene tutta la cronaca delle evoluzioni.

Luci colorate in un mondo primigenio, luci umane, luci di calore solidificatesi in particelle creatrici, capaci di estrarre energie dai semi, dalle bacche, alberi, terra, cielo…

Prendono un the fortissimo seduti intorno ad un falò, osservati da migliaia di occhi spietati nella notte; un vecchio morente racconta storielle picaresche per distrarre le loro giovani menti dalla fine imminente… Dall’implacabile volontà distruttrice della Natura, il suo modo d’amare gli esseri…

Aguzzano la vista indebolita da mille soli i naufraghi della Terra, sperduti su isolotti disabitati, smagriti dalle diete forzate e dal logoramento e dalla solitudine…

Asceti nelle grotte di catene montuose inaccessibili, vivono in uno stato vegetativo – minerale, evitando l’assideramento attraverso tecniche di meditazione che provocano un riscaldamento minimo interno…

I poeti trovano la loro isola felice, fondando una Comunità, la prima comunità solare e perfettamente anarchica…

Vapori mefitici, esalati dai profondi crepacci del suolo, da grotte carsiche, sulfuree, da laghetti sotterranei e dimenticati, mentre il folleggiare degli animali assume una tonalità cataclastica, scintille di zolfi verdi e rossi sprizzano verso un ambiente esterno, dove un coniglio umanoide, imprevedibile e completamente folle balbetta esilarato e demoniaco: “Questo è tutto, amici”.

Inondazioni e smottamenti del terreno, scosse sismiche nelle profondità oceaniche, villaggi spazzati va da pestilenze, mentre gli animali escono dalla foresta per cibarsi dei cadaveri umani e per riprendere il posto di comando nella piramide della vita fisica terrestre…

Nelle abissali profondità marine, pesci d’incubo, animali oscuri fatti di bocche e denti aguzzi, lasciano che fluorescenze chimiche illuminino il percorso verso più neri e profondi orrori…”

 

Secchezza animica

Pubblicato su narrativa, poesia il 31 Gennaio 2009 da fabiotodeschini

Chiedendo previamente venia, pur non avendo intenzioni offensive nei riguardi di chicchessia, pubblico qui un brano del mio Libro delle Nebbie, opera in perenne costruzione temo, che esplica, spero, nel consueto modo simbolico ed intuitivo, atto a risvegliare scintille intellettuali nelle anime, come nel linguaggio quotidiano (spesso rozzamente infarcito e quasi mai realmente ragionato) espressioni apparentemente semplici e molto comuni, nascondano verità ermetiche quasi completamente ignorate dagli umani lingue sciolte che le utilizzano. Buona lettura.

“La ragazza con i capelli rossi (tranquillizzatevi tutte, parliamo d’un sano archetipo, una matrice, ovviamente) si è stancata dell’insulsa nullità intellettuale del collega, ne ha piene le tasche del suo fare insignificante, meno d’un uomo, un individuo talmente grigio, ai suoi occhi, talmente piccolo da meritare di scomparire, da meritare d’essere schiacciato, strappargli via quello scheletro oscuro di carbonio spirituale chiamato esistenza.

Mentre, loro malgrado, stanno lavorando fianco a fianco, ad un certo punto il nervosismo esplode in un’affermazione recisa ed abbondantemente rabbiosa, anche se mascherata sapientemente da un tono discretamente calmo e vagamente ironico.

“Basta! Mi secchi l’anima!”

Il collega sorride timidamente, come per scusarsi, non parla; questo rende ancor più stizzita la ragazza con i capelli rossi che, voltandosi bruscamente, lascia lì il collega e se ne corre via a gran passi, forse per evitare di sfogarsi su di lui percuotendolo.

Io ho raccolto l’atomo scintillante contenente questo episodio, che mi aveva colpito mentre lo osservavo dall’Oltre, solfeggiando i miei motivi cosmici e nebulosi, dondolandomi sulla mia sedia atemporale; poi l’ho mostrato ad alcune entità delle nebbie di cui, con il mio solito buon cuore, riporto testualmente le risposte opportunamente tradotte da immagini santificate in vili lettere, parole e discorsi.

Hermes: “Ascende dalla Terra al Cielo e ridiscende dal Cielo alla Terra, raccogliendo la forza delle cose superiori e delle cose inferiori”.

Eraclito: “Un uomo ubriaco un fanciullo lo guida, il piede gli vacilla e non sa dove mettere il passo: egli ha umida l’anima”.

Un neoplatonico: “Così è… L’anima pura ovvero l’anima intellettuale è quella che, esaurito il suo compito, si separa dalla materia ed esiste come secco splendore, senza ombra o nube: l’umidità costituisce nell’aria una nuvola, la secchezza un secco splendore”.

Il Sole: “L’anima giunge a me dopo esser passata attraverso l’acquea stazione lunare; né io sono la sua meta, giacché la mia energia la sospinge ancor più in alto, verso altre sfere ed altri cieli, dove altre purificazioni l’attendono.”

Il Re Cimmerio (traduttore di nebbie): “Sono passato attraverso l’innominabile Gorgo, dopo le sfere, ridiscendendo come aurea acqua intellettuale che divenne l’energia del fulmine con la quale mi catalizzai nel diamante, dal quale partì il raggio che incendiò la rosa e penetrò nella caverna al di sotto di essa…”

Iside: “Avvolgo maternamente il frutto del mio amore tra le mie braccia, il frutto del mio amore eterno, il Salvatore della fine dei tempi… Egli attende il ritorno del padre, dal fiume della morte, lontano nell’Amenti, sparpagliato nel mondo dalle dee oscure mascherate da Nero Gemello, da Ombra di Morte.

Mio fratello è un dio nero, io sono una dea bianca. Io, sorella, sono una dea nera, lui, fratello, lui, marito, è un dio bianco”.

 

Queste sere

Pubblicato su poesia il 14 Gennaio 2009 da fabiotodeschini
C'è ancora il mio volto in te...?

C'è ancora il mio volto in te...?

Mute voci

alternano saporiti vitigni,

le sere tutte

si applicano solerti a spalle scordate

nell’aprica vallata del ricordo

dall’occhio sileno

zufolando nitro di rugiada

“Mi pensi ancora?”    chiedono

nell’ode sincretica eppur solitaria

“Ho ancora un volto in te?”   e soffrono

questa sera, di pioggia anarchica

assisi

di voci mute, Cariti leggiadre

alteramenti agognando lamenti

energie infanganti balsami eliconii

questa sera

queste sere

quasi come arringhe

di luce

alle acque.

 

14 Gennaio 2009

Il disprezzo

Pubblicato su considerazioni il 26 Dicembre 2008 da fabiotodeschini

Questa volta non posso essere nè poetico nè gradevole, poichè devo esprimere solo il mio disprezzo e la mia volontà, che sarà sempre bellicosa nei confronti di alcuni tra coloro i quali hanno la pretesa di definirsi “scrittori”.

In un’intervista al Corriere della Sera il noto “scrittore” e “fisico” Paolo Giordano ha dichiarato di “non essere un fanatico della natura.” Inoltre, che “mantenerla inalterata non rappresenta il bene supremo. Spesso la scienza con i suoi interventi riesce a migliorarla o a correggerla se necessario”. Per quanto riguarda le cosiddette “leggi naturali”, questo giovane uomo afferma che “non è sufficiente capirle, bisogna comunque tener conto anche dell’uomo e tutto va visto alla luce del beneficio che ne può ricavare (…)”.

Somma presunzione! Somma presunzione di piccoli esseri, talmente piccoli da ritenersi così grandi da pensare che vi siano errori nella Natura cui loro possano porre rimedio!!!

Io sono disgustato da tali affermazioni, per la mia anima prossime alla bestemmia pura e semplice. Uomini del genere sono i responsabii dei mali del mondo, della scomparsa di infinite specie viventi (incluse svariate civiltà del passato, civiltà umane), simili pseudo- scienziati, che hanno l’ardire di chiamarsi “scrittori”, rivolgendo in realtà la loro cosiddetta “arte” ad una massa informe ed ottusa, tipica falange della società occidentale, eserciti della mediocrità,  facendo presa sui suoi sentimenti più bassi, creati esclusivamente dall’uomo dei nostri tempi ad uso, consumo e controllo dei suoi stessi simili, da quest’essere infinitamente egoista che crede di essere al centro dell’universo! Io vi disprezzo!!! Lo voglio ripetere: “IO VI DISPREZZO!!!”

Sappiate, ciechi , ottusi mostri , spiriti ahrimanici egoici, che l’Era volge al termine, la vostra era volge al termine; l’età oscura che avete creato, il Kali Yuga in cui sguazzate volge al termine; non saranno certo le vostre opere, come ingenuamente credete, a rappresentare gli ultimi “raddrizzamenti” previsti prima dell’Ayah avestico, il Metallo Fuso in cui annasperete nella catarsi finale, nell’apocatastasi che darà fine al Manvantara in cui avete avuto la sfortuna di vivere.

Così, considerata la mia magnanimità, pur essendo un poeta e quindi un angelo di Dio, capace di demolire città e bruciare neonati nelle loro culle, ho deciso di darvi una possibilità e condannarvi a vagare tra tutti gli universi racchiusi dalle nostre Nebbie. In uno di questi mondi, se riuscirete a trovarlo, testimonierete manifestandovi con umiltà il vostro errore.

FIAT TENEBRA