“Un fulmine attraversa il cerchio” disponibile su: www.ilmiolibro.it
Per chiunque sia interessato, annuncio che è è possibile acquistare sul sito www.ilmiolibro.it la raccolta di poesie intitolata “Un fulmine attraversa il cerchio”, dalla quale ho scelto in passato alcuni estratti poi pubblicati in questo blog. Se tali stralci iniziatici hanno solleticato la vostra immaginazione e la vostra curiosità, potete accedere alla raccolta completa ad una cifra interessante. Tengo a precisare che lo staff de Il mio Libro lavora con vera professionalità e le loro stampe sono veramente eccellenti. Grazie.
F.T.
IDENTITA’
Identità
Sono proprio io - Todeschini l’addendo
ho coniato l’osella della pace
che sublimerà la città il mio odio rancoroso
acquattato a bere birra di un’estate fredda
mentre un mondo di carne rotola d’allegria festiva
io mi godo la villeggiatura nel paese delle nuvole
rincuorato dalla brezza stanca
d’illimitabili metallici accorgimenti
piangendo nella tasca
d’un doloroso, piangente nephilim
atlantica maestria posseduta
che raramente ritorna
sabato 14 giugno 2008
Esecuzione
Esecuzione
Sul patibolo s’ergono i condannati dal volto funesto, mentre i cieli piangono e ridono, essendo duplice l’apparentemenete barbara operazione.
“Morte all’assassino!” urla un cittadino, un VERO cittadino.
E il primo poeta fa scricchiolare le assi della forca rispondendo a tono.
PRIMO POETA: “Ogni poeta è un assassino: egli uccide la fantasia del lettore, per porvi al suo posto la propria.”
FOLLA: “Avete ucciso la nostra fantasia, a morte! A morte gli assassini!”
SECONDO POETA: “Davvero vorresti macellar al posto del macellaio o far suole al posto del calzolaio?”
FOLLA: “E’ la giustizia che noi chiediamo!”
TERZO POETA: “Che le colpe umane ricadano sul nostro capo umano; ucciso il corpo, con acqua di nuvola e scheggia incandescente lo ricreiamo.”
FOLLA: “Basta parole (queste brutte, brutte cose), a morte, a morte gli assassini!”
POETI (in coro): “Bella risoluzione, doman riavrete una simile infezione.”
Tre corde si tendono, con secco schianto.
I poeti non possono essere uccisi.
28 Ottobre 2007
Un brano tratto dal “Libro delle Nebbie”… (collocazione spazio-temporale incerta)
“Ritorniamo per qualche istante, giacchè la debolezza dei nostri spiriti è anche la loro tempra e la loro forza compenetrante, alla lunga spiaggia dei nostri ricordi, vetri infranti nelle vecchie fondamenta della villa essiccata da un buon sole sorridente, mosaici di poco prosaiche erbe profane e splendide, mentre si passeggia con il sereno animo poetico oltre la pineta fischiettante e profumata. Verso la diga infine, in quel magico luogo ideale dove la quieta laguna s’invecchia e si rinnova immergendosi nel mare antico, odiamo tacere i morti beati; e ci incoroniamo vicendevolmente di teneri, graziosi e sottili papaveri, all’ombra d’un cespuglio, cullati dalla felice, instancabile risacca. Rinascono pigolando le cartilagini dei nostri spiriti devoti alla severa, artistica Madre: siamo il vino del cuore ed il sale del mare, che ci curerà da ogni affanno, poichè i viaggi sono stati lunghi e perigliosi.
Abbandonata dalla divinità d’amorfo ghiaccio perenne, lassù, e dagl’imbastarditi uomini d’un ultima radicale razza, quaggiù, la barca a motore s’accontenta, rassegnata, ai colpi violenti ed austeri d’onde verde rame ed alghe mature…”
Lode a Te, Venere Ermetica!
Fratelli, la rugiada di Maggio, la Prima Materia attende nell’ora antelucana, trasudando dal teschio posto sull’altare nascosto dalle fronde della foresta ermetica, nel bagliore rosso e giallo dell’alba, gli impavidi ministri del fuoco, pronti a cogliere il succo intellettuale di questi giorni sacri.
Meditate, Fratelli! Purificate la sostanza del vostro corpo e della vostra mente; in termini palingenetici, i nostri versi sorgeranno dall’oceano insieme alla Sacra Venere Mattutina.
“Il sapiente, ascoltando, capirà e diverrà più sapiente e, capendo, diverrà padrone di quella sapienza.
Questa è la Sapienza certamente Regina dell’Austro, che si dice venga dall’oriente come l’aurora che avanza, ascoltare comprendendo nè possibilmente trascurare la sapienza di Salomone; l’autorità e l’onore sono cose affidate alle sue mani come la virtù e lo scettro, il diadema che porta sul capo regio risplendente di dodici stelle, quasi una sposa che si fa bella per il suo sposo, e porta sugli abiti in caratteri d’oro greci, barbari e latini, la scritta: Regnerò regnando e il mio regno non avrà fine per coloro che mi trovano e mi cercano.”
AURORA CONSURGENS
Nascita Musicale
In occasione del mio prossimo compleanno (trent’anni! ma che? può finire la stagione del verso e dell’amore? Oh! Mai, cari Maestri, no! Giammai!), il 16 Aprile, per quanto ci interessi dei mesi e dei giorni (spariscono nella nebbia ancestrale… come si dissolvono… ciò è splendidamente spontaneo), dedico a tutti coloro che hanno avuto il dubbio onore di conoscermi un componimento abbastanza recente ed inedito. Perciò cari amici e fratelli, amanti, nemici e divini superiori ascoltate questa
Nascita Musicale
“Voilà! S’aprano le danze”, - chioccia sornione il giullar/buffone,
con mano e membro intenti alla fatal, variopinta minzione.
Bella sala, bei marmi, oh! il sacro Canova, e i lampadari, e le tende!
Tutti in pista ora, e tutti disarmonici. Il buco nel guanto,
l’occhio arrossato, il tacco scalcagnato, l’ispiramento santo,
la chioma nera ed unta, la barba d’una settimana,
il tatuaggio rituale, l’ex birra ora d’urina fiumana,
il sigaraccio spento, la giacca usata e pendente,
lo scarabeo egizio, il pene adunco e il ginocchio soffrente,
danzano da soli, o in quadriglia, il ritmo silente.
I ballerini si fondono, un circolo di vizi ed amori falliti,
mentre dalla luce di centro un uomo riceve inchini arditi:
eccolo, è nato! E’ il poeta, l’Uomo/Torre, “el chingado”;
e’l suo verso è: “Ho visto il mare calmo, quieta risacca, peggior d’un tornado”.
21 Gennaio 2008
Piangon l’Ore.
Sulla città
piove,
piano,
calore.
Ah! All’angolo quella sedia, così marcia d’inedia!
28 Marzo 2008
ESSENZIALITA’
Essenzialità.
Tutto è contemporaneo, penetrando sorge la nostra GIALLA sensazione.
Erba verde, cielo sereno: solo un bruciacchiato stelo, con parvenze di spine nerastre resta.
Il vento ha spazzato il doppio, cerebrale trigramma.
Ho già in agenda l’appunto inderogabile, un appuntamento dove il mondo finisce.
“Io penetro nei Misteri di Ermopolis, poichè lo psicopompo non ha nulla da obiettare.”
Questo, fratelli, non è un canto di bisogno.
Partenza meta-cosmica dell’acqua intellettuale attraverso le sfere, giù verso il diamante trasmutatore; per rendere percepibile la luce nella luce con il già a lungo decantato processo cromatico.
Talvolta, nel corso dei miei inesistenti giorni, il quieto silenzio che alberga nella solare grotta del mio cuore viene interrotto da messaggi chiari e forti: “io-io-io, io l’Uomo-Bafometto, io il cranio dorato dell’Ariete pre-vedico, “Io” e non “Mio”, io “Quello” che sorseggia l’acqua salina dalla Quercia Cava, canticchiando folli ed incomprensibili motivetti; domani è il solstizio: cinguetta la tua luminosa uscita dalla caverna del lunghissimo, oscuro buio di morte/vita.”
Interessantissimi strati geologici, ossia pareti dell’utero di roccia: io non partecipo alla mia genesi ma SONO la mia genesi. Sono il mostro urlante, rinato nel sole /padre, che diventa un bel signore dei boschi mentre l’ariete/capricorno/bambino idrocefalo/bellissimo conduttore d’anime mi dona, indicandomi finalmente un sentiero IN DISCESA, l’agognata via alla foresta, polimorfa verde Madre Adottiva.
Per tornare ad un’immagine/forma/idea già espressa, non bisogna considerare troppo negativamente la presenza di ombre danzanti nella grotta, dipartentesi dal tunnel sud. E’ perfettamente luciferico: anche la luce ha la sua ombra, per un occhio non avvezzo all’incredibile.
Il punto è saper evitare i cumuli. Quindi una strada sottile, una strada che possa fluire fin dentro il pilastro centrale, sfruttando la ramificazione.
La rosa si è dovuta sacrificare ma è non stata sacrificata.
Non sfugge a nessuno che essa è il sacrificio, l’effetto del sacrificio, il sacrificato e il sacrificatore.
E’ la nostra sublime figurata immagine interna, mangiata e risputata, un nulla che contiene tutto il nostro essere.
Figlio della Terra, Poeta, canta il tuo inno melodioso! Non hai temuto le fatiche antelucane, perchè temerle ora che il sole è sorto? Guarda: la foresta è satura di luce, di suoni. I suoi profumi d’ombra e di muschio sembrano chiamarti… Non resistere, non puoi.
E poi c’è quel ruscello d’Acqua/Madre, che devi assolutamente trovare! Sì, è l’unica medicina in grado di curare la tua rossa dama.
Che importa poi se è finzione? Il nostro fervore immaginativo è ciò che crea il mondo, checchè ne dicano i circuiti pseudo-cerebrali dei bassi, ulici individui.
Ah, ascolta! Il bello del vento è che penetra la luce, ma non può spazzarla via: oh! Infinita Madre di luce, sono proprio le tue ali d’angelo a condurmi laggiù!
Ebbene, vado. Non sarò perfetto, ma di certo ho saputo ascoltare.
Fine Dicembre 2007
Incertezza…
Tra qualche giorno pubblicherò uno dei miei nuovi componimenti ma, per il momento, sento il bisogno di esternare, anche se non ho idea di chi potrà mai accorgersene, un’incertezza che mi ha colto nel momento in cui ho iniziato la composizione di un’opera la quale, ora lo capisco, potrebbe impegnare molto più tempo del previsto, addirittura potrebbe non bastarmi la vita per comporla, nè quella d’altri.
Queste parole sono alla vista del mondo intero, e spero che un’anima misericordiosa le legga e provi non dico pietà, ma almeno comprensione per me…
Dovrebbe essere il “Libro delle nebbie” o il “Libro della nebbia”… Ma ora mi accorgo che potrebbero in realtà essere i “Libri delle nebbie”; senza fine. E’ certamente quel libro dannato di cui sono sempre andato alla ricerca durante tutti i miei anni passati tra i gorghi di Dite, senza mai trovarlo, in quanto non l’ho mai cercato nel luogo più semplice, più vicino, nel santuario del mio cuore.
Le più grandi opere nascono spesso da un trauma, da una rottura. O da un’esperienza metafisica così intensa da invadere completamente l’anima di spirito, distaccandola dal corpo per trasportarla in reami straordinari, per poi riaccostarla al fisico materiale così purificata da cambiare per sempre l’esistenza. Prendete “Mattina” di Ungaretti, la sua poesia più breve e più famosa. Il soldato si sveglia all’alba, in un campo coperto di brina, i suoni della battaglia sono lontani, lui è salvo, per il momento. Le montagne, i vapori che salgono dalla terra, l’erba, il ghiaccio, il cielo grigio antelucano, gli alberi: tutto è splendidamente impassibile davanti al suo estremo divenire, alla sua caducità, alla sua misera condizione di essere umano e votato alla distruzione più d’altri, come soldato. Ma quando sorge la luce, la bellezza dell’eternità lo colpisce con i suoi raggi benefici; egli comprende che essa preesiste ad ogni miseria umana, l’immensità lo illumina con il suo potere e con la sua forza…
Temo che non uscirò da questo dedalo di nebbia…
Forse mai più…
A chi leggerà queste righe dico solo: come tutti miei fratelli, ho cercato di rubare il fuoco.
F.T.
4 Novembre (al tramonto)
4 Novembre (al tramonto)
Quelle soffiature rosa non son pennellate,
eppur son colore; non son state soffiate,
eppur son amore. Ma le defunte schiere
già avanzan nel mese immoto,
e le rosee messi dureran poco.
Un rintocco, fioco.
E son sparite nel buio, e nel vuoto.
2006
