Fabiotodeschini’s Weblog - Pagine di Poesia Metafisica

Una considerazione…

Pubblicato su considerazioni by fabiotodeschini su Gennaio 28th, 2008

Lieto per il procedere di un importante documento che sto redigendo, concedo a me e a tutti i praticanti di magia e gli scribi e i poeti una piccola considerazione vagamente elogiativa, se non per altri almeno per quei praticanti della nostra arte che compiono i loro incantesimi nel rispetto eterno della Musa…

In sanscrito “poeta” è KAVI, dalla radice KU-, cioè”vedere”. Perciò il poeta è “colui che vede” cioè il Veggente, il Saggio.  Anche alle origini dell’organizzazione sociale, benchè posteriormente all’atlantica perfezione, il posto del vero poeta era ben definito, e la sua funzione “ierofantica”, cioè di colui che realmente “mostra le cose sacre”, era inserita in un contesto che non poteva assolutamente fare a meno della sua presenza.

Aggiunta a “Visita di uno spirito” (Il Nero Perfetto)

Pubblicato su considerazioni by fabiotodeschini su Gennaio 26th, 2008

Riporto ora alcune considerazioni riguardanti l’ultimo verso della poesia pubblicata ieri, quello in cui viene nominato il “nero perfetto”. Essendo tale concetto in perfetta sintonia con il tema degli ultimi componimenti pubblicati, ritengo opportuno fare un breve excursus su di esso.

Nella “Kore Kosmou”, trattato ermetico d’epoca alessandrina come molti altri testi del “Corpus Hermeticum”, si legge che Kamephis, il primo sacerdote a ricevere la Gnosi (cioè l’egiziano Kneph, il pre padre, il dio ingenerato o “il Padre di sua Madre”)  trasmise la Gnosi ad Iside quando la gratificò del “Nero Perfetto”. E in Plutarco, “De iside et Osiride”, si legge che “l’Egitto, che ha una terra assolutamente nera, come il nero dell’occhio, è chiamato Chemi.”

Il “Nero Perfetto” è dunque la terra d’Egitto, particolarmente fertile nei pressi del Delta, ed Iside la divinità della fertilità a cui è assegnato tale territorio. Naturalmente, per esteso, la dottrina implicita nel logos del CH è lo studio e la trasmissione dell’Arte Sacra, l’Alchimia; attraverso l’interpretazione dei monumenti funerari e dei geroglifici sacri da parte della casta sacerdotale cui, secondo una gerarchia cosmogonica iniziante dall’Increato fino alle sue emanazioni ed infine ai suoi sacerdoti e grandi iniziati (Ermete, Agatodemone, Tat), tramanda i segreti della vita e della nascita a partire dal Caos, la più fertile delle terre, in quanto accogliente in sè ogni possibilità di generazione futura. Essa è propriamente la più efficace rappresentazione terrena della “Dea Madre”, anche se non è mia intenzione iniziare in questa sede, per ragioni di spazio, un discorso che veda contrapposti od assimilati termini come “caos” e “natura”.

Questa materia prima di cui si discuteva è propriamente il segreto di tutta l’arte alchemica: la sua ricerca continua e le indicibili fatiche del ricercatore per lavarla, sublimarla e distillarla sono i gradini della scala che conduce al raggiungimento della Grande Opera.

Va da sè che tale procedimento è applicabile ad ogni realtà ed in ogni realtà, sia essa microcosmica o macrocosmica, corporea, animica o spirituale.

“Visita di uno spirito”

Pubblicato su poesia by fabiotodeschini su Gennaio 25th, 2008

Pubblico qui di seguito un componimento semplice e lineare, un Canto Esterno, che è comunque assai esplicativo dell’attività percettiva che si sviluppa nel ricercatore durante il tirocinio nel reame dello spirito, e che entra in funzione seguendo regole e cicli sovra - reali, non rispondendo a nessuna legge temporale o spaziale, nè tanto meno ad una volontà razionale sovrimposta, per quanto tale azione sia applicabile ai livelli iniziatici più alti.

Letto il commento su “Le Gemelle del Caos”, mi accingo dunque ad ottemperare alla richiesta di una carissima amica che conosce il mio lavoro, ricordando che il contatto con un’entità spirituale può risultare oscuro, in quanto momentanea incarnazione di un principio che, seppur metafisico, compare al poeta come la rappresentazione di forze ctonie, maligne e difficilmente controllabili.

Nel caso in questione, mi trovavo ad una mostra (del tutto deserta) di disegni di Klossowski, illustrazioni per il suo “Il Bafometto”, opera interessantissima di un talento tanto maledetto quanto geniale; completamente solo dunque, ricevetti improvvisamente una

 “Visita di uno spirito”

Mosca dal ventre blu elettrico, lentiggine di Belzebù, spirito di Baphomet, grossa lacrima di Cronos, tu sì che conosci i meandri della materia! 

Ti posi sul mio vambraccio sinistro e subito noto un fremito di magia nera.

Mi parli, comunichi alla mia anima; come mai parli francese? Raso algido, una droga perfettamente in grado di trasportarti, intatto e fin troppo lucido, nel ventre del Nero, il mostro, la materia.

Se fossi un folle antico divinerei i miracoli della morte grazie a te. Sei la cupa, sinistra voce d’un incubo. Un pensiero muto, una dialettica inesistente: dovresti essere pura per questo, ma sei puramente maligna. E, non scordiamolo, vivi di nulla.

Ti amo così come sei, monaca fredda, sporca e perversa, stillando sangue nero e lucente dai peli metallici; sai essere silenziosa, poichè il tuo alfabeto è così terrificante che una sola lettera farebbe impazzire l’intera umanità.

Ami orrendamente, nel bianco blu viola giallino larvale della tua palingenesi continua. Eternità, fatti in là, arriva un araldo sordo ad ogni preghiera, il cui sguardo frammentato capta ogni sfaccettatura dell’animo umano, tutte le paure, i rimorsi, la lascivia, le vergogne più inconfessabili.

Mi siedo per ammirare meglio le sfumature infantili dello spretato e  medito.

Sì, tu hai visto il Nero Perfetto. 

23 Febbraio 2007, alla mostra “Il Bafometto”

“Le Gemelle del Caos”

Pubblicato su poesia by fabiotodeschini su Gennaio 19th, 2008

Chiamo “Le Gemelle del Caos” due poesie parallelle e complementari, scritte con intenti, lo ammetto apertamente, in gran misura polemici, ma anche, potremmo dire, didattici. La critica, a cui i due espliciti titoli fanno riferimento, è rivolta in particolare a coloro i quali hanno la malsana intenzione di divulgare una presunta filosofia e fede nel CAOS, come principio primo pre-cosmico, e l’opposizione ad ogni religione creazionista.

Mi riferisco nello specifico all’ MLO (Misanthropic Luciferian Order), ma anche in altre organizzazioni ho potuto constatare la presenza di tali assurdità. La seconda poesia, che critica i disprezzatori invece, potrebbe a prima vista sembrare antitetica, mentre in realtà ne è la spiegazione, l’integrazione ed il completamento.

Lo stile, tendente all’imitazione dell’italiano arcaico, è scientemente architettato per sottolineare, tra gli altri motivi, l’importanza dell’argomento. La forma fluisce liberamente ma è tenuta sotto controllo, senza discostarsi dall’intento che si prefigge al momento della sua nascita.

Ricordiamoci dell’”Invariabile Mezzo” della dottrina tradizionale. Il caos non può essere adorato nè essere disprezzato: non può essere adorato perchè è “niente” (nel senso che è ancora privo di scintilla divina); non può essere disprezzato perchè quel nulla, in realtà, contiene, almeno in potenzialità, il tutto.

In sostanza, l’adorazione del caos è una palese assurdità metafisica.

Contro alcuni adoratori del caos…

(2005) 

Era oscuro, e ribolliva, non pensava, e non sentiva; a qual lode de’creatura assurgo, ove non v’è Creator, Artefice, Demiurgo?Ma il Mai Nato già osservar soleva l’informe massa che nome non aveva. Deh! Folgore di Diamante, del Momento Zero!Qual’arte modellante di cui esser tanto fiero…Ma Costui esser può solamente, e chi adora il limo, e non la pianta, fugge il Primo, occhi chiude a Luce Santa. A che pro dunque adorarlo, il Caos? Gaudio maggior v’è in lode ad Eos, Aurora Nascente, Grande Mente che in verità se stessa sente. Non da la Materia Prima, ma da sua fermentazion s’avanza la Fiamma che sublima e d’umana fattezza purga corruzion. Spirto Divin, com’onda che pilota ogni cor, or più forte, or più lieve, col soffio evapora tal catrame greve, e de’rinascita e generazion fé sua rota. Dunque non fu il corpo in principio creato, ma ciò che vive in esso, argenteo iniettato, che fé l’uomo eroe, e po’ Demone del Sopra Stato. Oh Ragion! Oh Intelletto! A salvar anime degne v’invoco! Suprema Sophia dal bianco e po’ dal rosso foco nasce, ahimè! Sol s’embriona nel buio fioco. La formazion de’corpo umano, come quea de’cosmo non fu error né malvagio intento: le antiche razze de i semidei ne son conferma, e portento. La nera fiamma de l’avverso al Mazdeo, la onoro quanto lodo il crudel dio d’ebreo; in esto loco inoltre pongo: mai fui troppo manicheo. No…Ecco! L’Astro Prisco, Luce e Vita l’Assoluta Creazion, e nulla di fosco io lodo, e’l verso mio è perpetua salita. Quell’intermedio color, giallo e rosso, che non è bianco, o nero di fosso.Invariabil Mezzo, Gnosi Divina: o Lettor, dimmi tu, può giunger intuizion da dove non v’è vita, ma disordinazion? Nel fango, ove piango, sboccia seme e poi fusto, ramo, albero e frutto: la Perfezion, signori, non la vedrete che nel Tutto. E’l pomo poi alla mota ricade, e muore,e a nuovo germoglio ridiventa, colpito da strale, gioviale ed intriso, e ciò, signori, è eterno ciclo. Perché dunque, mi chiedo, fermarsi al principio?

Contro alcuni disprezzatori del caos…

(2007)  

Piglia un bel vaso, e pensa al Cornuto, Capro di terra, priapesco e benvenuto,umor sabbatico, alla fessura in cui credi, pensa al limo, all’oscuro; pensa a Kemi. Non v’è stelo, foglia o fiore che non muoia senza vaso, terra e amore; peggio ancora: nella corrente del mutamento non v’è, semplicemente, possibilità d’intento,e l’occasion è presto sprecata, se intorno alla dea lunare non vien danzata. È il miglior inizio, e su questo insisto, un sano, genuino satanismo, in cui ogni forma de la materia prima sia esaminato, privo d’ogni sofismo, ed ogni corrispondenza cum sorore sua collima. Apollo e Diana copulano sulla croce arcana, e ‘l vaso di terra, in forma di cavo altare li sostiene; e d’ogni trasformazion gran fiumana diviene; primievo crogiolo da cui libare. Perciò perché sine cognizion desprezzare quel ch’ogni cosa fa al ciel presto o tardi andare? Solo un ammonimento darò a questi gran blasfemi: non qui ve dovrete fermar, Fratello, più avanti vieni. Ner’acqua che tutto sostieni, tetra Tetide che ‘l mondo disseti, quanti uomini, o forse cristiani, sputano fieri oggi nel tuo domani! Tu sei ‘l gorgo, e sanza te saremmo al vuoto, tu sei ‘l tutto, prima della voce, principio remoto che ‘l cosmo sfami; odimi Lucifero! di folgore fiero, pur godi de’ neri arcani. Notte scura, de’ tempi l’inizio, il seme che te feconda non è l’opposto, né ‘l tuo nemico; non è vizio né cosa immonda; né il tempo pone o da esso è posto. Solo dopo disgregazion avvien completezza, e perfezion; dal dio fummo abituati: sonno di morte, in cui fummo situati, prima de’ sorte sublime e superna; l’iniziazion, che fa l’omo vero, e forte, vuol nerezza interna, e sarcofago d’argento, pria d’aver quel dorato, in cui de’ gnosi spira vento.   

                            

Gritti & il Doppio Caos

Pubblicato su poesia by fabiotodeschini su Gennaio 12th, 2008

“Gritti & il Doppio Caos” è un componimento dell’Agosto 2006, elaborato osservando l’affresco di Tiziano Vecellio               “S. Cristoforo” del 1523-24, dipinto per incarico del doge Andrea Gritti sopra la porta di Palazzo Ducale che dalla “Sala dei Filosofi” conduce alla cappella privata del doge e alle sale di governo.  Viene qui presentato allo scopo di servire da introduzione alle due poesie che seguiranno, le quali, pur in modo molto diverso per stile e contenuti, affrontano come quella che le precede il problema del CAOS.

Qui il tema viene presentato nel suo aspetto duplice, con una spiegazione dell’affresco di Tiziano che prende spunto dalla teoria pre-cosmica delle acque inferiori e delle acque superiori (il doppio caos) e dell’ “Uovo del Mondo” (Brahmanda), simbolo tradizionale presente in moltissime culture (cfr. l’egiziano Kneph, divinità demiurgica che in forma di serpente partorisce l’Uovo), contenente il “Germe d’Oro” (Hiranyagharba), che galleggia esattamente a metà tra questo marasma indistinto eppur distinto, recando in sè la futura possibilità cosmica.

Gritti & il Doppio Caos  

Tra i suoi dipinti Filosofi il duce illuminato dal serenissimo splendor, Gritti campione, volle che un uomo, ma santo, contrassegnasse IL PASSAGGIO.  Orsù sappiatelo: l’acqua è CAOS, e solo il fuoco l’asciuga, secca ed ordina: in tre dì il Vecellio pennellò su roccia colui ch’attraversa potente la salata Laguna. Dunque lì il Cristoforo sta, nascosto all’occhio profano. Muscoloso e barbuto, la veste sua riconcilia gli opposti; la nodosa temibile verga affonda nell’amorfo elemento e il bimbo divin regge sulle spalle infaticabili, senza un lamento.  Ah quel volpone! Presuntuosissimo Gritti che tanto ben fece all’urbe pesciforme! Quel bimbo sei tu, e chi altro?  Ed ecco svelato l’arcano, infantil tranello: dal quel convertito santo si fa portare dall’individuale al collettivo, dall’informale al formale; da casa sua alle sale di governo. Mica facile passar le acque! Ergersi sopra all’ulica sostanza richiede una qualità che il nostro amico, seppur uomo dall’orizzonte vasto, non possedeva: la santità o trascendenza. Dunque tanto vale prenderla in prestito. Ah volpone! A destra il monte, a sinistra la città placida. Sopra al duplice caos si fa portare, e non uno spicciolo offre al guidator che già l’unto (un olio riciclato) deve sopportare. Non scorge l’uovo che, ammollo nel primordial brodo, galleggia; e dall’uno all’altro si fa condurre, sì, ma sopra; e non un piedino bagna l’umida materia nera, né il dogal corno scordato nella stanza accanto.        Ma il peso in fondo è poca cosa, e San Cristoforo non si lagna, stoicamente intento; al frutto della sua azione eppur guarda assai, e del beato Krishna non vede insegnamento. Né frigna il pargolo dio indicando il pallido cielo celestino, alla cui ascesa ha compiuto il primo gradino.     

Agosto 2006, nella Sala dei Filosofi di Palazzo Ducale    

“Il mulinello”, “Albero”

Pubblicato su poesia by fabiotodeschini su Gennaio 9th, 2008

Qualche verso in rima, tanto per dimostrare che della poesia cosiddetta “classica” è rimasto almeno qualche stralcio, in questi giovani allucinati dei nostri giorni. In questi brevi componimenti dalla rima semplice e dal verso più strutturato, la visione della compenetrazione tra la realtà spirituale e metafisica e l’avvenimento spazio-temporale più banale che possiate immaginare è espressa con effetti che mi hanno reso molto soddisfatto, sia all’epoca della composizione, sia più tardi, durante la rilettura.

IL MULINELLO

  • Al cancello
  • un mulinello
  • mi tiene compagnia.
  • E’ amico, chiunque sia.
  • Sono piume d’uccello,
  • cenere, polvere che vola via.
  • In piedi alla scala dei Censori,
  • dove due venti hanno appuntamento,
  • sei osservato: ma dal di fuori.
  • So che è vivo, intelligente e intento
  • non solo a rendere le ore migliori.
  • Rabbia, noia, tristezza e agitazione
  • ti guardo e scompare ogni emozione.
  • Il vento ti inietta sabbia del deserto,
  • e tu balli, voli; con musica, certo!
  • Sei una bella, sana, ricca contemplazione,
  • e sei perenne, puntuale: un’elezione
  •  sacra per l’anima, per il Sè e l’Io…
  • Non dico: so chi sei. Dico solo: sei Dio.

 

Settembre 2006, Palazzo Ducale

ALBERO

  • Animale mosso dal vento, leggero ma pesante,
  • copula di respiro lento, cupola di ciò che sento,
  •  o veliero pulsante! Ai celesti il tuo verde contrapponi,
  • dalla terra il tuo seme componi; e nessun pentimento.
  • E senza terra, perduto, il nulla, il nulla supponi.
  • Calmo, furente, grondante, spezzato:
  • santi momenti in cui invidiai il tuo stato!
  • Emancipato dal mondo, unico a vedere cielo,
  • sono ora ieri tempio, linfa, carattere cui anelo.
  • Non mi distingui; tingi, ritingi: ma sei.
  • Ed io per esser te scordo i ricordi miei.
  • Quante, quante spesse lisce statiche ore…
  • Fui te: enigmatiche resine, vena, e mille flore.
  • Il monte, il pianoro, la roccia/trono ed il rivo:
  • l’acquea verde radice da cui in te io derivo.
  • L’identica stessa carta su cui ora io scrivo…

 

Giugno 2006

 

EQUIVALENZA

Pubblicato su poesia by fabiotodeschini su Gennaio 6th, 2008

Un Canto Interno, a mo’ d’esempio d’una fruttuosa equiparazione.  Qui la prosa, di taglio narrativo, serve un fine che definirei di movimento concentrico e spiralizzante verso l’istante statico/equinoziale, l’attimo in cui, per intendersi, la natura cessa impercettibilmente il suo corso, stabilizzandosi nell’istante alba/tramonto di perfetto bilanciamento.

E’ l’immersione nel bacile/altare dove gli opposti cessano, vigile attesa prima che il fulmine d’acqua intellettuale colpisca nuovamente la mescolanza creando il germe del dorato principio divino, della nuova fase e del nuovo ciclo.

“Il vaso ricolmo sopra il tempo”, per usare un’espressione vedica ed upanisadica, viene quindi sottoposto, durante quest’operazione, ad una rottura ed una ricostruzione contemporanee.

Equivalenza   

È il presente passato futuro nel cosmo/caverna dove tutto tende all’annullamento nell’Uno…                                              Equivalenza.                                                                                                                                                                                                  Il vecchio mago dice: “E’ tempo di tornare ad essere”. Non c’è ritorno al sapere acquisito. Nessun oblio, nessun veleno. L’edera che avvinghia il campanile ha consigliato quel solitario, barbuto scrigno di segreti. Ricami nel mantello del Diavolo, quando Lui è acquattato dietro le campane… Comprendere il significato primordiale dei sogni di un’anima congelata, attendente adamantina fulminea rigenerazione extra cosmica può essere realmente un’attività fruttuosa; e noi non chiediamo altro che di avere la possibilità futura già accaduta. “E’ tutto così semplice… E’ tutto così semplice…” – continuavo a ripetere…  La mia anima ghiacciata non comprendeva le lacrime di quelle ragazze un tempo così brillanti ed allegre. Non capivamo di essere esattamente nel non-spazio compreso tra due attimi! Esiste forse un altro Tempoluogo dove poter, veramente, respirare? Ah! Bell’Arte Sacra, sublime Poesia, qual è il Tuo nome VERO? Qual è il nome con cui sei stata CREATA? Ed eccoci all’errore: TU crei, essendo insita all’Artefice. Dunque il Tuo nome è “pensiero divino”.                  Oscurando magicamente la carta con l’inchiostro riconciliamo Luce e Tenebra, mescoliamo i principi nel Sacro Calderone della notte e del giorno. L’occhio e la mano si tingono di follia e vomitano rosso pensiero divino… Nella foresta, le scricchiolanti foglie autunnali cadono nel bacile di pietra istoriata, nell’acqua verde e marrone, dove vanno a morire gli ultimi insetti estivi… Molti occhi invisibili stanno fissando quell’altare; dietro ogni sasso, dietro ogni filo d’erba… Il leggero chiacchierio degli spiritelli silvani pare proprio il sottofondo di questa stasi post – estiva e pre – autunnale. Nell’acqua immobile… Equivalenza. Tante cose si preparano ad accadere: le piogge gelate, le nebbie umide…                                 All’improvviso dal sottobosco esce il Vecchio Re dell’Autunno: ha occhi di diamante e una gran corona d’edera gocciolante. Gli spiriti fuggono via terrorizzati; vanno a trasformarsi, ne hanno ricevuto l’ordine. Il Vecchio Re dell’Autunno alza un braccio nodoso ed arrotola due dita bitorzolute e sporche di terriccio (è il suo personale schiocco); le alte fronde fruscianti si schiudono lasciando intravedere un bel cielo grigiazzurro… Un raggio di sole riesce a passare, colpisce il bacile - altare e l’acqua contenuta in esso comincia a turbinare vorticosamente, ribollendo di luce e d’ombra, di nuova natura…                         Ed improvvisamente ciascun poeta trova la sua funzione nel mondo.                                                     

21, 22 Settembre 2007 

ADAGIO COSMICO

Pubblicato su poesia by fabiotodeschini su Gennaio 4th, 2008

La prima lirica che viene qui presentata è anche la prima della raccolta “Un fulmine attraversa il cerchio” di cui fa parte.   In essa la trasposizione della pura esperienza metafisica è ancora lontana; al lettore basterà un confronto con gli “Esercizi” che verranno pubblicati in seguito.  “Adagio cosmico” è un CANTO, semplicemente; un canto realmente “esterno” nel quale la melodia trascina attraverso siderali spazi un’austerità ed un’importanza solenni, come se, irradiandosi nell’etere cosmico, la mente portante facesse vibrare il diapason che comunica la musica agli esseri spirituali che devono essere raggiunti dalle note.  Nel finale, tuttavia, la vibrazione tende a contrarsi in se stessa , riportando, con l’interrogativo ontologico, l’irradiazione al suo principio terrestre.

Adagio cosmico  

Figli del suono, in attesa d’oceanica dolcezza, osservati da un benevolo silenzio, guardinghi nella placida distesa spirituale per l’attimo incisivo della venuta del decimo rigeneratore.Sono l’auriga, lira orfica insanguinata di linfa divina, perciò ho pace: guido il manto ossessivamente pesante del cosmo, miliardi di secoli d’oscurità accatastata. Questi alieni, figli del suono non propagabile, assegneranno nomi di ninfe ai loro pargoli, suggeranno il miele da stelle desolate. Io guido il loro carro, Febo galattico, più terribile di un sovrano ittita che rientri vittorioso attraverso la Porta dei Leoni. Mi temerà il dio egizio, e tuttavia dalle stelle egli trarrà il suo potere oppressore. Le mie spoglie mummificate serviranno da monito, la mia lingua caustica fornirà balsami divampanti contro le malattie putrescenti del tempo e dello spazio. Non gocciolano d’ambra i miei occhi, non spurgano ambrosia le mie fauci disseccate; rubini, fuoco del mio seme sparso nei pianeti, non sono più; e gli smeraldi dei miei capelli recavano un tempo incise parallele lettere fenicie. Oh, mio “Oltre Me”! Esisti davvero, o in quel piccolo pianeta d’acqua e terra qualcuno ti ha oniricamente ricongiunto alla mia mente spenta, vivificandola di una nuova grandezza?       

Gennaio 2007   

Pubblicato su Senza Categoria by fabiotodeschini su Gennaio 2nd, 2008

Avete mai provato a bere luce?Siete mai stati pioggia?I Fedeli d’Amore sorvegliano ancora l’immutato scrigno che ora va aperto. Volta per volta, senza alcuna scadenza specifica, saranno proposte su queste pagine alcune poesie, scelte tra la vasta produzione dell’autore.Nel caso di raccolte, come “Un fulmine attraversa il cerchio”, cioè l’ultima in ordine cronologico e la prima in cui la poesia viene sottoposta all’indagine spirituale mediante meditazione profonda, saranno disponibili esempi delle liriche che le compongono, in modo da permettere in seguito, a chiunque sia stimolato da esse, di accedere all’intera raccolta.Dimenticate la logica.Ricordate d’aver già visto, odorato, toccato, udito e gustato queste parole. E se poi riuscirete a guardare dentro di esse, allora capirete che in realtà non sono state scritte. Sono sempre esistite.Vi sembro presuntuoso? Leggete, meditate, commentate liberamente.Segue ora una breve citazione che forse vi aiuterà a comprendere i miei intenti.  “Una vera percezione spirituale penetra spontaneamente, come istintivamente, nell’esperienza viva della parola. Apprende a SENTIRE, quasi tendendo l’ORECCHIO INTERIORE, la risonanza pervasa d’anima delle vocali, e l’attività plasmatrice, compenetrata di forza spirituale, delle consonanti.Impara a comprendere il mistero dell’evoluzione del linguaggio: che cioè un tempo, attraverso la parola, esseri DIVINO-SPIRITUALI hanno potuto parlare all’anima umana, mentre oggi la parola serve soltanto alla mutua comprensione nel mondo fisico.”   RUDOLF STEINER – “La mia vita” È la prima volta che utilizzo questo strumento per comunicare ad altri ciò che vive nella mia anima.Ed è proprio CIO’ CHE VIVE NELL’ANIMA, dopo essersi bagnato a lungo nell’Oceano Spirituale, che vorrei rappresentare in questa sede per stimolare l’altrui interesse.Se non riuscirò nell’intento, allora I VERI ARTISTI potranno certamente pretendere il mio capo mozzato, e saziarsi beati dell’ultimo scintillio dei miei occhi agonizzanti.Ma se ci riuscirò sappiate che sono pronto ad ascoltare PERCHE’ secondo voi ci sono riuscito. Lo ascolterò con il silenzio benefico che alberga nella grotta del mio cuore, ed allora, forse, si comprenderà che il motivo scatenante la comprensione stessa non è altro che l’effetto dello stesso.Vi sembra impossibile?Ascoltate.Le nostre parole sono nate PRIMA della mente.

Introduzione

Pubblicato su Senza Categoria by fabiotodeschini su Gennaio 1st, 2008

     

In questa sede saranno presentate pagine di poesia metafisica. Non si deve presupporre in esse nessun altro intento se non quello di mostrare come, in un qualsiasi punto dell’esistenza di un soggetto artistico pensante, la realtà spirituale da esso coltivata si possa compenetrare in modo quasi inestricabile con il banale succedersi della quotidianità.

Nel 1873 Arthur Rimbaud, quasi orrenda per quanto perfetta personificazione del genio, scriveva nella sua “Saison en Enfer”: “M’illusi di trovare un verbo poetico accessibile, un giorno o l’altro, a tutti i sensi.”Molti potrebbero rilevare che l’odierna molteplicità dei sistemi di comunicazione abbia infine risolto la lacuna. Sfortunatamente, l’unico senso che questo verbo poetico, la lingua degli uccelli, la pura parola che centellina la vita, avrebbe dovuto raggiungere è rimasto quasi inalterato da quello che avrebbe dovuto essere un reale risveglio di luce ancestrale. Questo è il senso spirituale.  Ora una breve panacea: i simboli archetipici vanno sfiorati, semplicemente sfiorati con polpastrelli di seta, come tasti eterei di una scacchiera dalle caselle interscambiabili, allo scopo di scatenare nella mente umana esperienze metafisiche da cui, se essa è abbastanza abile e allenata, può poi sortire per effettuarne la traduzione in lettere e concetti, per quanto possibile.Ma queste esperienze, poiché non nascono, ma in realtà sono semplicemente risvegliate, e poiché sono risvegliate in un non-spazio pre-concettuale, risultano indecifrabili se non ne esiste il parallelo linguistico nella realtà procedente da quella in cui vengono svegliate.  Creare una reale compenetrazione dello spirito nella parola è proprio operazione da grandi maghi. In senso davvero occulto, capite?Oscurità avvolta dall’oscurità.Ma in essa un germe d’oro dorme sognando di uscire da se stesso, per puro ardente desiderio trasmutatore.  Prima del tempo, Egli non poteva amare altri che se stesso. Dovette sacrificarsi e smembrarsi per poter amare qualcos’altro, diverso eppur uguale a sé.Ebbene, noi facciamo la stessa cosa con la parola.