Introduzione

     

In questa sede saranno presentate pagine di poesia metafisica. Non si deve presupporre in esse nessun altro intento se non quello di mostrare come, in un qualsiasi punto dell’esistenza di un soggetto artistico pensante, la realtà spirituale da esso coltivata si possa compenetrare in modo quasi inestricabile con il banale succedersi della quotidianità.

Nel 1873 Arthur Rimbaud, quasi orrenda per quanto perfetta personificazione del genio, scriveva nella sua “Saison en Enfer”: “M’illusi di trovare un verbo poetico accessibile, un giorno o l’altro, a tutti i sensi.”Molti potrebbero rilevare che l’odierna molteplicità dei sistemi di comunicazione abbia infine risolto la lacuna. Sfortunatamente, l’unico senso che questo verbo poetico, la lingua degli uccelli, la pura parola che centellina la vita, avrebbe dovuto raggiungere è rimasto quasi inalterato da quello che avrebbe dovuto essere un reale risveglio di luce ancestrale. Questo è il senso spirituale.  Ora una breve panacea: i simboli archetipici vanno sfiorati, semplicemente sfiorati con polpastrelli di seta, come tasti eterei di una scacchiera dalle caselle interscambiabili, allo scopo di scatenare nella mente umana esperienze metafisiche da cui, se essa è abbastanza abile e allenata, può poi sortire per effettuarne la traduzione in lettere e concetti, per quanto possibile.Ma queste esperienze, poiché non nascono, ma in realtà sono semplicemente risvegliate, e poiché sono risvegliate in un non-spazio pre-concettuale, risultano indecifrabili se non ne esiste il parallelo linguistico nella realtà procedente da quella in cui vengono svegliate.  Creare una reale compenetrazione dello spirito nella parola è proprio operazione da grandi maghi. In senso davvero occulto, capite?Oscurità avvolta dall’oscurità.Ma in essa un germe d’oro dorme sognando di uscire da se stesso, per puro ardente desiderio trasmutatore.  Prima del tempo, Egli non poteva amare altri che se stesso. Dovette sacrificarsi e smembrarsi per poter amare qualcos’altro, diverso eppur uguale a sé.Ebbene, noi facciamo la stessa cosa con la parola.    

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