Piangon l’Ore.
Sulla città
piove,
piano,
calore.
Ah! All’angolo quella sedia, così marcia d’inedia!
28 Marzo 2008
ESSENZIALITA’
Essenzialità.
Tutto è contemporaneo, penetrando sorge la nostra GIALLA sensazione.
Erba verde, cielo sereno: solo un bruciacchiato stelo, con parvenze di spine nerastre resta.
Il vento ha spazzato il doppio, cerebrale trigramma.
Ho già in agenda l’appunto inderogabile, un appuntamento dove il mondo finisce.
“Io penetro nei Misteri di Ermopolis, poichè lo psicopompo non ha nulla da obiettare.”
Questo, fratelli, non è un canto di bisogno.
Partenza meta-cosmica dell’acqua intellettuale attraverso le sfere, giù verso il diamante trasmutatore; per rendere percepibile la luce nella luce con il già a lungo decantato processo cromatico.
Talvolta, nel corso dei miei inesistenti giorni, il quieto silenzio che alberga nella solare grotta del mio cuore viene interrotto da messaggi chiari e forti: “io-io-io, io l’Uomo-Bafometto, io il cranio dorato dell’Ariete pre-vedico, “Io” e non “Mio”, io “Quello” che sorseggia l’acqua salina dalla Quercia Cava, canticchiando folli ed incomprensibili motivetti; domani è il solstizio: cinguetta la tua luminosa uscita dalla caverna del lunghissimo, oscuro buio di morte/vita.”
Interessantissimi strati geologici, ossia pareti dell’utero di roccia: io non partecipo alla mia genesi ma SONO la mia genesi. Sono il mostro urlante, rinato nel sole /padre, che diventa un bel signore dei boschi mentre l’ariete/capricorno/bambino idrocefalo/bellissimo conduttore d’anime mi dona, indicandomi finalmente un sentiero IN DISCESA, l’agognata via alla foresta, polimorfa verde Madre Adottiva.
Per tornare ad un’immagine/forma/idea già espressa, non bisogna considerare troppo negativamente la presenza di ombre danzanti nella grotta, dipartentesi dal tunnel sud. E’ perfettamente luciferico: anche la luce ha la sua ombra, per un occhio non avvezzo all’incredibile.
Il punto è saper evitare i cumuli. Quindi una strada sottile, una strada che possa fluire fin dentro il pilastro centrale, sfruttando la ramificazione.
La rosa si è dovuta sacrificare ma è non stata sacrificata.
Non sfugge a nessuno che essa è il sacrificio, l’effetto del sacrificio, il sacrificato e il sacrificatore.
E’ la nostra sublime figurata immagine interna, mangiata e risputata, un nulla che contiene tutto il nostro essere.
Figlio della Terra, Poeta, canta il tuo inno melodioso! Non hai temuto le fatiche antelucane, perchè temerle ora che il sole è sorto? Guarda: la foresta è satura di luce, di suoni. I suoi profumi d’ombra e di muschio sembrano chiamarti… Non resistere, non puoi.
E poi c’è quel ruscello d’Acqua/Madre, che devi assolutamente trovare! Sì, è l’unica medicina in grado di curare la tua rossa dama.
Che importa poi se è finzione? Il nostro fervore immaginativo è ciò che crea il mondo, checchè ne dicano i circuiti pseudo-cerebrali dei bassi, ulici individui.
Ah, ascolta! Il bello del vento è che penetra la luce, ma non può spazzarla via: oh! Infinita Madre di luce, sono proprio le tue ali d’angelo a condurmi laggiù!
Ebbene, vado. Non sarò perfetto, ma di certo ho saputo ascoltare.
Fine Dicembre 2007
Incertezza…
Tra qualche giorno pubblicherò uno dei miei nuovi componimenti ma, per il momento, sento il bisogno di esternare, anche se non ho idea di chi potrà mai accorgersene, un’incertezza che mi ha colto nel momento in cui ho iniziato la composizione di un’opera la quale, ora lo capisco, potrebbe impegnare molto più tempo del previsto, addirittura potrebbe non bastarmi la vita per comporla, nè quella d’altri.
Queste parole sono alla vista del mondo intero, e spero che un’anima misericordiosa le legga e provi non dico pietà, ma almeno comprensione per me…
Dovrebbe essere il “Libro delle nebbie” o il “Libro della nebbia”… Ma ora mi accorgo che potrebbero in realtà essere i “Libri delle nebbie”; senza fine. E’ certamente quel libro dannato di cui sono sempre andato alla ricerca durante tutti i miei anni passati tra i gorghi di Dite, senza mai trovarlo, in quanto non l’ho mai cercato nel luogo più semplice, più vicino, nel santuario del mio cuore.
Le più grandi opere nascono spesso da un trauma, da una rottura. O da un’esperienza metafisica così intensa da invadere completamente l’anima di spirito, distaccandola dal corpo per trasportarla in reami straordinari, per poi riaccostarla al fisico materiale così purificata da cambiare per sempre l’esistenza. Prendete “Mattina” di Ungaretti, la sua poesia più breve e più famosa. Il soldato si sveglia all’alba, in un campo coperto di brina, i suoni della battaglia sono lontani, lui è salvo, per il momento. Le montagne, i vapori che salgono dalla terra, l’erba, il ghiaccio, il cielo grigio antelucano, gli alberi: tutto è splendidamente impassibile davanti al suo estremo divenire, alla sua caducità, alla sua misera condizione di essere umano e votato alla distruzione più d’altri, come soldato. Ma quando sorge la luce, la bellezza dell’eternità lo colpisce con i suoi raggi benefici; egli comprende che essa preesiste ad ogni miseria umana, l’immensità lo illumina con il suo potere e con la sua forza…
Temo che non uscirò da questo dedalo di nebbia…
Forse mai più…
A chi leggerà queste righe dico solo: come tutti miei fratelli, ho cercato di rubare il fuoco.
F.T.