Il saggio attribuito a René Guénon intitolato “Il Demiurgo” ed apparso recentemente nel bel volume miscellaneo dell’Adelphi, offre uno spunto di riflessione che ritengo di dover condividere con i lettori di questo blog.
L’ottica tradizionalista ed ortodossa di Guénon è ben conosciuta, basti ricordare che egli stesso ritenne opportuno modificare le sue posizioni nei confronti del Buddhismo (da lui ritenuto inizialmente una mera eresia in seno all’Induismo, la vera dottrina “tradizionale”; eresia che, negando la filiazione ad un Principio divino ed archetipo, si traduceva in mera anarchia generalizzata) soltanto a pochi anni dalla sua morte, dopo la conoscenza dei lavori dell’induista Coomaraswami e il contatto epistolare con Evola.
Tuttavia, nonostante queste premesse (che non sono certamente tese a sminuire il lavoro di uno dei più grandi studiosi del secolo scorso; infatti, la mia matrice di assoluta tolleranza si evince chiaramente dalla pubblicazione di un articolo, poco tempo fa, su Rudolf Steiner, le cui tesi, unite più in generale a quelle teosofiche o comunque spiritualiste, erano sovente bersaglio degli strali del Nostro), nel saggio sopra citato, in cui il problema di fondo della filosofia e soprattutto della religione (“Se esiste Dio, perchè esiste il Male?) è affrontato in un’ottica essenzialmente gnostica, cioè con l’introduzione di una divinità creatrice della materia (il Demiurgo, appunto, termine usato inizialmente da Platone nel suo “Timeo”) responsabile della corruzione del mondo, si legge un’affermazione piuttosto sorprendente se attribuita al seguace della metafisica pura (ironia della sorte! “Metafisica” per Aristotele, non significava altro che la denominazione dei libri che seguivano la sua “Fisica”, alla quale l’uomo, eccelso animale, ha poi attribuito un valore incredibilmente più espanso. Verrebbe da rispondere con le parole di Mefistofele: “I pazzi non arriveranno mai a capire quanto la fortuna si associ al merito…”) e la cito qui testualmente dalla suddetta edizione:
(…) “Del resto, molte dottrine ritenute di solito dualiste non lo sono che in apparenza; nel Manicheismo come nella religione di Zoroastro il dualismo non era che una dottrina puramente essoterica, la quale celava la vera dottrina esoterica dell’unità: Ormuzd e Ahriman sono generati entrambi da Zervané – Akérené, e devono fondersi in lui alla fine dei tempi.”
Come interpretare questa improvvisa propensione all’eresia Manichea o, più precisamente, giacché pare qui che Guénon faccia un po’ di confusione tra le due correnti, Zurvanistica (eresia nata in seno al Mazdeismo prima della riforma di Zarathustra, causata dall’introduzione, da parte della casta sacerdotale dei Magi, di un principio superiore sia ad Ahura Mazdah sia ad Ahriman, e cioè Zrvan Akrana, “tempo indefinito”, dilatazione del concetto avestico di tempo indefinito, con cui Kant andrebbe a nozze)? Non sarebbe stato più corretto accettare semplicemente il Mazdeismo autentico (quello cioè successivo alla riforma del Profeta Zarathustra) da parte di un devoto alla Tradizione Primordiale? Non sarebbe corretto pensare che un uomo dell’intelligenza e della cultura di Guénon fosse certamente al corrente del fatto che il Mazdeismo era un monoteismo ASSOLUTO (come la religione che lo seguì e dalla quale fu sbaragliato, l’Islam) e che il concetto di “Cattiva Mente” (Angra Mainyu) non potesse essere contestualizzato a livello ipostatico di reale manifestazione del Male?
Lascio aperte queste domande (con le dovute riserve sull’attribuzione del saggio di cui si discute) in modo tale che chiunque sia interessato alla questione possa rispondere e chiarire queste riflessioni che, lo ripeto, non vogliono essere fonte di dubbio o polemica, ma soltanto di approfondimento.
FT