Archivio per Giugno, 2009

Imprevedibilità nell’Arte

Posted in considerazioni on 29 Giugno 2009 by fabiotodeschini

(…)”così Pan, che credeva di aver ormai catturato Siringa, aveva stretto tra le sue braccia, invece del corpo di lei, un fascio di canne palustri. Mentre il dio le considerava sospirando, il vento tra le canne produsse un suono tenue, simile ad un lamento. Pan, sorpreso dell’inusitato fenomeno e colpito dalla dolcezza della voce, promise: “Questo rapporto vocale tra me e te durerà in eterno!” E costruì uno strumento fatto di canne ineguali, tenute insieme tra loro da cera, cui conservò il nome della fanciulla…” (Ovidio, Le Metamorfosi, Libro I – vv 705/712)

Con questi versi il poeta latino Ovidio (43 a.C.) narra la nascita casuale di un’arte fondamentale in tutto il mondo classico, la Musica.  Siringa, un’ amadriade, cioè una ninfa arborea la cui vita è particolarmente legata all’albero cui appartiene, fuggendo dal fin troppo attivo (sessualmente parlando) dio Pan, prega le sue sorelle, dee del fiume, di mutare il suo aspetto. Ed ecco che il dio dei pastori si trova così con le dita strette intorno ad un fascio di giunchi, di certo assai deluso. Poi, improvvisamente, si alza, del tutto inaspettata, una brezza che si insinua tra le canne producendo una dolce melodia, fino a quel momento sconosciuta, dalla quale il dio è talmente rapito da giurarle eterna fedeltà.

Come il loro metodo di produzione, le più significative opere d’arte possiedono intrinsecamente un elemento imprevedibile, casuale; nell’esempio esaminato la mitologia ci offre lo spunto per affermare l’aspetto forse più misterioso ed occulto della produzione artistica: l’effettiva preesistenza dell’ Arte rispetto all’artista (non all’uomo nella sua essenza), in quanto, se è vero, come disse Albrecht Durer, che “(…) in verità l’arte è insita nella natura: chi può estrarla da essa la possiede”, allora, così come è presente in natura, anche nell’arte un elemento prettamente caotico non sarà difficile da trovare, né da occultare, nel caso a qualche detrattore di questa ragionevolissima affermazione venisse l’improvviso desiderio.

Anche la mera copiatura di ciò che ricade sotto i nostri sensi non si salva dalle bizze di qualche imprevedibile spirito racchiuso in una venatura  del marmo del David, nella vibrazione della mano del pittore dovuta ad una maggiore o minore pressione sanguigna, l’intensità con cui una nota può essere suonata o, perchè no, l’interpretazione stessa di un testo musicale, che può essere del tutto arbitraria, ma non per questo completamente prevedibile e razionale.

Castaneda chiamava quest’universo parallelo e del tutto compenetrato, dove le leggi di causa/effetto che inducono l’uomo a ripetere sterili registrazioni non esistono, Nagual; il mondo dell’imprevedibilità, nel quale i cinque sensi non sono più sufficienti né a registrare né a ripetere o tanto meno a tradurre, poichè soltanto un approccio di tipo telepatico a questo punto potrebbe trasformare (nel significato prettamente etimologico di passare oltre la forma) la realtà percepita con questo senso sovra-razionale in un’opera che possa effettivamente essere definita “artistica”.

In letteratura, sebbene il più delle volte produca effetti non propriamente significativi, abbiamo la tecnica della “scrittura automatica”, che tenta, appunto, di svincolare il procedimento artistico dalle comuni connessioni spazio- temporali, dalla logica, dalla razionalità e, entrando forse nel vivo della questione, dalle influenze in un certo senso ereditate dall’artista stesso nel corso della sua opera e della sua vita. A questo proposito, si veda il concetto di “meme” di Richard Dawkins e gli studi successivi sulla memetica, la scienza che studia questo tipo di unità verbale ( e quindi concettuale) autopropagantesi. Altrettanto interessanti sono gli esperimenti di William S. Burroughs, ai quali dedicò buona parte della sua produzione, con il “cut-up”, cioè il collage (una tecnica inizialmente utilizzata solo in pittura, che gli fu consigliata dall’amico e collaboratore Brion Gysin, in precedenza facente parte del gruppo dei cosiddetti Surrealisti) di brani suoi e di altri scrittori, “tagliati” e ricomposti secondo uno schema casuale che, molto spesso, dava vita ad un nuovo testo dai significati del tutto inaspettati.

In pittura gli esempi si sprecano. Anche Jackson Pollock, il pittore americano divenuto famoso per la tecnica di sua invenzione denominata “dripping”, “sgocciolamento”, affermava decisamente di non essere mai pienamente consapevole di quanto stava creando, lavorando così in una sorta di trance ipnotica in cui i normali flussi del pensiero si incanalano verso misteriose ed occulte destinazioni, per poi “prendere coscienza”, uscire dal suo dipinto e comprenderlo con il distacco oggettivo che potremmo avere noi stessi ammirandolo appeso alla parete di una sua esposizione.

Ed è proprio l’ Intuizione, ancora una volta nel suo significato più letterale (intus ire, entrare dentro) la definitiva molla che riesce a far scattare il meccanismo artistico. Il problema principale, forse, è il rischio di potersi perdere all’interno di questa burella oscura e luminosa (“Scendi! O potrei dirti sali, è tutt’uno!” dice Mefistofele a Faust); e non si può negare che quegli atteggiamenti anticonformisti, anarchici o, nel peggiore dei casi, anche schizofrenici, assunti da molti artisti che, almeno secondo il “senso comune”, impazzirono, siano probabilmente legati alle problematiche incontrate nel ritornare ad una realtà meramente “razionale” e, in definitiva, socialmente accettata. E’ la condizione umana, espressa così meravigliosamente nella genialità della metafora del nocchiero in “Un colpo di dadi non abolirà mai il Caso” di Mallarmé. Ed è anche in questo esempio (forse più che in qualsiasi altro a ben pensarci) che l’irrazionalità prende il sopravvento con nuove forme, nuove luci, spazi bianchi dove un momento prima c’era tempo, c’era parola. 

Si potrebbe discutere quasi all’infinito di questo tema, a parer mio cruciale per comprendere il significato di una qualsiasi produzione artistica; quand’anche esaminassimo la questione da un punto di vista scientifico ( e, va da sè, la Scienza dello Spirito mi sembra l’unica disciplina in grado di esaminare ciò che, necessariamente, va oltre la razionalità sensibile) scopriremmo forse, con grande disappunto dei rigidi occultisti, che anche i reami dello spirito non sono così ordinati come l’esoterismo cristiano, ebraico ed islamico ci avevano fatto credere. Il fatto è che, in altre parole, discutere ancora di Troni, Dominazioni, Virtù, Arcangeli, Angeli e via dicendo non è decisamente più concepibile; un universo gerarchizzato all’estremo, necessariamente, provoca nel microcosmo una visione altrettanto ordinata e gerarchica. E noi questo non lo vogliamo. Forse che la nebbia, alzandosi dal suolo gelato in un’antelucana mattina montana provoca fantasmi la cui dispersione ed il cui accumulo e concentramento obbediscono a qualche legge determinata da un’entità superiore?

Gli spiriti sono anarchici.

Personalmente, sono riuscito ad ottenere risultati significativi soltanto con la scrittura automatica ma accellerata, in particolare dopo esperienze di meditazione profonda. Quando ogni parola trascende le lettere che la compongono ed il significato convenzionalmente accettato da un preciso linguaggio, si possono sprigionare energie che forse sono quasi incontrollabili, capaci di scatenare mutamenti anche nell’assetto esclusivamente fisico e materiale della società. Qui si entra in un campo piuttosto vasto e colmo d’insidie, anche se tutto sembra avvalorare l’ipotesi di alcuni scrittori(a parer mio non molto remota) che, in un momento primordiale dell’espressione umana artistica, parola ed immagine fossero, in effetti, la stessa entità. Questi esperimenti sono necessari per qualsiasi scrittore ed in particolare per qualsiasi poeta; non vorrei responsabilizzare troppo nessuno, ma forse il poeta ha anche il dovere morale nei confronti di se stesso e dell’umanità di “trascendere”. Altri esperimenti mi hanno portato invece verso forme ancor più casuali della composizione. Un esempio: ricordate le cosiddette “sorti virgiliane” utilizzate come metodo divinatorio nel Medioevo (ed anche di Rabelaisiana memoria)? Non si fa altro che prendere che so, le Georgiche e l’Eneide (un qualsiasi testo naturalmente, inclusi i discorsi politici, di attualità), tirare un pugno di dadi e, a seconda dei numeri usciti, si sceglie il capitolo ed i versi. Poi si scompone il tutto inserendo parole scelte a caso (io a volte utilizzo delle “griglie archetipe”, cioè diverse linee orizzontali di varia lunghezza di parole che possano essere variamente interpretate e che rappresentino anche aspetti tradizionali ed esoterici ormai entrati a far parte dell’inconscio collettivo: Luna, Sole, Saturno, Terra, Aria, Fuoco, Caverna, Montagna, Serpente, Roccia, Fallo, Vagina, Madre, Padre ecc. numeri e congiunzioni inclusi) e la trasformazione del testo a quel punto è completa (anche se in continuo possibile mutamento), con la nascita di nuove parole e ripetizioni che assumono un ritmo particolare ed un effetto mantrico.

E così, la carta stessa prende vita.

 

 

Due versi prima del solstizio…

Posted in poesia on 20 Giugno 2009 by fabiotodeschini
Giardino di Villa Pisani

Giardino di Villa Pisani

Temporale…

Non sentir

più un uccello

cantare.

Non una voce, di uomo, di donna, parlare.

Rugiada cerebrale.

Alta regione,

che il mondoDPP_0570

 assale.

Fremendo,

tiepidi,

sentenziando,

certi,

anni d’esperimenti non bastano

ad affermare:

spegniti cartaccia inzuppata

nel temporale.

Ho deciso battaglia,

ho scelto fortunale.

Quel potere reale…

Passando tra i flutti ricordo

e vedo

“Qualcosa di strano è successo

qui.”

 

 

19 Giugno 2009

Ritorno

Posted in poesia on 3 Giugno 2009 by fabiotodeschini

Dubito che abbiate sentito la mia mancanza, comunque, oggi per voi pubblico:

 

 

La cavalcata delle chimere

 

 

Incontravo un amico / che non vedo da tanti, tanti anni, /

in un istante di silenziosa saetta / saldato all’ara remota /

della riunione. / Mentre gustavo arrotolati spiriti di gloria /

nell’arcade simposio dei nostri cuori silvani. /

Temo un sogno.

 

Non ero invisibile e la mia voce di sonore cromatiche liscive /

era udita dall’assemblea plenaria degli uomini, /

non sovrastava il coro comune / del miglior talento. /

Benèfici Immortali / conoscevano il mio nome.

Un sogno, temo.

 

Vergati i miei successi calliopei / sulla lavorata carne d’alberi quotidiani, /

sorridevo / senza galleggiare nell’acqua amara /

l’asprezza dell’aceto che dovrebbe sciogliere le ruggini /

nei lobi martoriati dall’insensato potere /

Temo un sogno.

 

Camminavo senza fastidio pur non essendo solo /

nulla ho poi lasciato inconcluso /

per la forza per la volontà per il merito /

una considerazione più che una glossa marginale, /

non più acquosi occhi frantumati dal rossore incompatibile. /

Soddisfacevo tutto il bisogno del mondo. /

Un sogno, temo.

 

Avevo bruciato l’innominabile triade /

stupido-ignorante-volgare. /

Iniezioni di tracce sublimi, / boschi cristallizzati e spiagge di profonde sensibilità. /

Non mi accorgevo del fetore degli uomini / non c’è questo fetore, /

volatilizzato nelle chiarezze dorate dell’arte degli occhi /

non mi parevano più interessati ad una Moneta-Tetto /

più che alla polimorfa unica universale vita. /

Temo un sogno.

 

Infilzavo rimorsi / a cavallo del mio stesso benigno furore, /

non c’erano più fatue chincaglierie / simili ad acuti antagonisti /

germi velenosi sottilissimi mostri chimere / dette illusioni; /

bruciavo tutto in un fuoco di terra / scivolavo via con la pioggia nei canali di scolo /

finalmente tersi ed incantati. /

Un sogno, temo.

 

Potevo ascoltare una sciocchezza senza fremere /

d’ineguagliabile siccità, / stringere gli occhi in un solipsismo superbo di diversità; /

non corrugavo la fronte / non attendevo al passo d’alta quota /

che il mio nemico passasse per poi colpirlo. /

Ero una cascata, non uno stagno. /

Temo un sogno.

 

Ombre, porte aperte e singulti /

questi segni poco scolastici / meglio un Artemidoro o esegesi junghiana, /

mischiato a questi segni io stesso segno /

senza più sogni, caro Cleone. /

Mi chiamavano signor Todeschini, mister Theodosic, monsieur “Que sais-je?” /

Un sogno, temo.

 

Sempre tutti intorno a me / danza dell’obelisco /

Zenone, Valerio, Riccardo di Mendes, Riccardo Cuore-di-Capro /

l’Uomo-che-è-lì-per-caso, cioè Enrico il Vero… /

Insomma confraternita assolutamente completa e globale, /

un universo idealmente costruito / niente decapitazioni, niente trofei, nessuno strappa le erbacce… /

Gocce di sangue bollente, gocce nel foglio /

Temo un sogno.

 

Cosmopolitamente inneggiando alla bandiera tra le fiamme /

non ad una Fiamma-Bandiera. /

Suole consumate, sempre dimesso / un’anima rastremata /

cuore sempre danzante, sempre eccitato… /

Un’icona viva, elettrizzata, resa forte e dinamica /

dal passato cioè tutti i pioli della scala Presente; /

non più bloccato ormai, non ricordo, non pittura di veleno /

Un sogno, temo.

 

Non “estremità”, non “solo” né ameno /

contemplazione d’eburneo, fine volto… Attendevo. /

Non uno rompeva il silenzio; / riunito in aureo coro /

ero davvero aedo tra gli aedi, / non carme tra filastrocche;  /

potevo non nutrir il ventre, nessun bisogno… /

Temo un sogno.

 

Camminavo nella brezza, radiose mi accoglievano /

tutte le essenze / pietanze /

serali lumi, lanterne coronate d’edera. /

Uomo completo nella Camera del Mezzo /

nutrito dei Sali boschivi, /

restaurando il legame la fune  l’antica consulenza… /

La scienza, il cielo. /

Un sogno, temo.

 

Una libellula gigantesca, elettrica, cornea, potente come tutti gli oceani le procelle /

si alza dallo stagno immobile, quieto, /

dalla verde, psichica zuppa si alza e vola /

via / via / via /

 

Mi risveglio nel sogno di essere me stesso.

 

 

 

 

3 Giugno 2009