Ritorno
Dubito che abbiate sentito la mia mancanza, comunque, oggi per voi pubblico:
La cavalcata delle chimere
Incontravo un amico / che non vedo da tanti, tanti anni, /
in un istante di silenziosa saetta / saldato all’ara remota /
della riunione. / Mentre gustavo arrotolati spiriti di gloria /
nell’arcade simposio dei nostri cuori silvani. /
Temo un sogno.
Non ero invisibile e la mia voce di sonore cromatiche liscive /
era udita dall’assemblea plenaria degli uomini, /
non sovrastava il coro comune / del miglior talento. /
Benèfici Immortali / conoscevano il mio nome.
Un sogno, temo.
Vergati i miei successi calliopei / sulla lavorata carne d’alberi quotidiani, /
sorridevo / senza galleggiare nell’acqua amara /
l’asprezza dell’aceto che dovrebbe sciogliere le ruggini /
nei lobi martoriati dall’insensato potere /
Temo un sogno.
Camminavo senza fastidio pur non essendo solo /
nulla ho poi lasciato inconcluso /
per la forza per la volontà per il merito /
una considerazione più che una glossa marginale, /
non più acquosi occhi frantumati dal rossore incompatibile. /
Soddisfacevo tutto il bisogno del mondo. /
Un sogno, temo.
Avevo bruciato l’innominabile triade /
stupido-ignorante-volgare. /
Iniezioni di tracce sublimi, / boschi cristallizzati e spiagge di profonde sensibilità. /
Non mi accorgevo del fetore degli uomini / non c’è questo fetore, /
volatilizzato nelle chiarezze dorate dell’arte degli occhi /
non mi parevano più interessati ad una Moneta-Tetto /
più che alla polimorfa unica universale vita. /
Temo un sogno.
Infilzavo rimorsi / a cavallo del mio stesso benigno furore, /
non c’erano più fatue chincaglierie / simili ad acuti antagonisti /
germi velenosi sottilissimi mostri chimere / dette illusioni; /
bruciavo tutto in un fuoco di terra / scivolavo via con la pioggia nei canali di scolo /
finalmente tersi ed incantati. /
Un sogno, temo.
Potevo ascoltare una sciocchezza senza fremere /
d’ineguagliabile siccità, / stringere gli occhi in un solipsismo superbo di diversità; /
non corrugavo la fronte / non attendevo al passo d’alta quota /
che il mio nemico passasse per poi colpirlo. /
Ero una cascata, non uno stagno. /
Temo un sogno.
Ombre, porte aperte e singulti /
questi segni poco scolastici / meglio un Artemidoro o esegesi junghiana, /
mischiato a questi segni io stesso segno /
senza più sogni, caro Cleone. /
Mi chiamavano signor Todeschini, mister Theodosic, monsieur “Que sais-je?” /
Un sogno, temo.
Sempre tutti intorno a me / danza dell’obelisco /
Zenone, Valerio, Riccardo di Mendes, Riccardo Cuore-di-Capro /
l’Uomo-che-è-lì-per-caso, cioè Enrico il Vero… /
Insomma confraternita assolutamente completa e globale, /
un universo idealmente costruito / niente decapitazioni, niente trofei, nessuno strappa le erbacce… /
Gocce di sangue bollente, gocce nel foglio /
Temo un sogno.
Cosmopolitamente inneggiando alla bandiera tra le fiamme /
non ad una Fiamma-Bandiera. /
Suole consumate, sempre dimesso / un’anima rastremata /
cuore sempre danzante, sempre eccitato… /
Un’icona viva, elettrizzata, resa forte e dinamica /
dal passato cioè tutti i pioli della scala Presente; /
non più bloccato ormai, non ricordo, non pittura di veleno /
Un sogno, temo.
Non “estremità”, non “solo” né ameno /
contemplazione d’eburneo, fine volto… Attendevo. /
Non uno rompeva il silenzio; / riunito in aureo coro /
ero davvero aedo tra gli aedi, / non carme tra filastrocche; /
potevo non nutrir il ventre, nessun bisogno… /
Temo un sogno.
Camminavo nella brezza, radiose mi accoglievano /
tutte le essenze / pietanze /
serali lumi, lanterne coronate d’edera. /
Uomo completo nella Camera del Mezzo /
nutrito dei Sali boschivi, /
restaurando il legame la fune l’antica consulenza… /
La scienza, il cielo. /
Un sogno, temo.
Una libellula gigantesca, elettrica, cornea, potente come tutti gli oceani le procelle /
si alza dallo stagno immobile, quieto, /
dalla verde, psichica zuppa si alza e vola /
via / via / via /
Mi risveglio nel sogno di essere me stesso.
3 Giugno 2009