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Credo: il singolo e il Tutto

Posted in considerazioni on 20 Settembre 2009 by fabiotodeschini

Il “Credo” fu scritto intorno al 1888, quando Rudolf Steiner aveva 27 anni. In questo breve ma inciso testo si trovano già i concetti base che saranno espressi in una delle sue opere fondamentali, La Filosofia della Libertà.

(…) “Esistono quattro sfere dell’attività umana alle quali l’uomo può dedicarsi interamente con lo spirito una volta superato ogni egoismo di vita: la conoscenza, l’arte, la religione e l’amorosa dedizione ad una personalità nello spirito. Chi non vive almeno in una di queste quattro sfere, non vive affatto. La conoscenza è dedizione all’universo nel pensiero, l’arte  è dedizione nella visione, la religione lo è nell’animo, l’amore è dedizione con tutte le forze dello spirito a qualcosa che nell’universo ci appare meritevole di stima. La conoscenza è la forma più spirituale di dedizione generosa, l’amore la più bella. L’amore è infatti una autentica luce celeste nella vita quotidiana. L’amore devoto, veramente spirituale, nobilita il nostro essere fin nelle sue fibre più intime, innalza tutto ciò che vive con noi. Questo amore puro e devoto trasforma l’intera vita dell’anima in un’altra vita affine allo spirito universale. Amare in questo senso sublime significa portare il respiro della vita divina là dove per lo più si può trovare soltanto lo spregevole egoismo e la passione incapace di rispetto. Bisogna conoscere almeno un poco la santità dell’amore per poter parlare di devozione.

Quando l’essere umano attraverso una di queste quattro sfere ha smesso di essere un individuo singolo ed è entrato a far parte della divina vita delle idee, ha raggiunto ciò a cui tende il germe posto nel suo cuore: l’unione con lo spirito – e questo è il suo scopo autentico. Chi però vive nello spirito, vive libero in quanto si è svincolato da tutto ciò che è inferiore. Non è più sottomesso a nulla di ciò cui prima volentieri accettava la costrizione, perchè ha riconosciuto i supremi valori.

Consenti alla verità di diventare vita; perdi te stesso, per ritrovarti nello spirito universale!”

+-(-)-(0)-(-)-+

Dunque, scegliete.

F.T.

da: “L’Azzurro”

Posted in considerazioni on 27 Agosto 2009 by fabiotodeschini

NEBBIE, SALITE! VERSATE LE VOSTRE CENERI MONOTONE

CON DEI LUNGHI BRANDELLI DI BRUMA DENTRO I CIELI,

A INONDARE LA PALUDE LIVIDA DEGLI AUTUNNI

E INONDATE UN ENORME SOFFITTO DI SILENZIO!

Stéphane Mallarmé

Imprevedibilità nell’Arte

Posted in considerazioni on 29 Giugno 2009 by fabiotodeschini

(…)”così Pan, che credeva di aver ormai catturato Siringa, aveva stretto tra le sue braccia, invece del corpo di lei, un fascio di canne palustri. Mentre il dio le considerava sospirando, il vento tra le canne produsse un suono tenue, simile ad un lamento. Pan, sorpreso dell’inusitato fenomeno e colpito dalla dolcezza della voce, promise: “Questo rapporto vocale tra me e te durerà in eterno!” E costruì uno strumento fatto di canne ineguali, tenute insieme tra loro da cera, cui conservò il nome della fanciulla…” (Ovidio, Le Metamorfosi, Libro I – vv 705/712)

Con questi versi il poeta latino Ovidio (43 a.C.) narra la nascita casuale di un’arte fondamentale in tutto il mondo classico, la Musica.  Siringa, un’ amadriade, cioè una ninfa arborea la cui vita è particolarmente legata all’albero cui appartiene, fuggendo dal fin troppo attivo (sessualmente parlando) dio Pan, prega le sue sorelle, dee del fiume, di mutare il suo aspetto. Ed ecco che il dio dei pastori si trova così con le dita strette intorno ad un fascio di giunchi, di certo assai deluso. Poi, improvvisamente, si alza, del tutto inaspettata, una brezza che si insinua tra le canne producendo una dolce melodia, fino a quel momento sconosciuta, dalla quale il dio è talmente rapito da giurarle eterna fedeltà.

Come il loro metodo di produzione, le più significative opere d’arte possiedono intrinsecamente un elemento imprevedibile, casuale; nell’esempio esaminato la mitologia ci offre lo spunto per affermare l’aspetto forse più misterioso ed occulto della produzione artistica: l’effettiva preesistenza dell’ Arte rispetto all’artista (non all’uomo nella sua essenza), in quanto, se è vero, come disse Albrecht Durer, che “(…) in verità l’arte è insita nella natura: chi può estrarla da essa la possiede”, allora, così come è presente in natura, anche nell’arte un elemento prettamente caotico non sarà difficile da trovare, né da occultare, nel caso a qualche detrattore di questa ragionevolissima affermazione venisse l’improvviso desiderio.

Anche la mera copiatura di ciò che ricade sotto i nostri sensi non si salva dalle bizze di qualche imprevedibile spirito racchiuso in una venatura  del marmo del David, nella vibrazione della mano del pittore dovuta ad una maggiore o minore pressione sanguigna, l’intensità con cui una nota può essere suonata o, perchè no, l’interpretazione stessa di un testo musicale, che può essere del tutto arbitraria, ma non per questo completamente prevedibile e razionale.

Castaneda chiamava quest’universo parallelo e del tutto compenetrato, dove le leggi di causa/effetto che inducono l’uomo a ripetere sterili registrazioni non esistono, Nagual; il mondo dell’imprevedibilità, nel quale i cinque sensi non sono più sufficienti né a registrare né a ripetere o tanto meno a tradurre, poichè soltanto un approccio di tipo telepatico a questo punto potrebbe trasformare (nel significato prettamente etimologico di passare oltre la forma) la realtà percepita con questo senso sovra-razionale in un’opera che possa effettivamente essere definita “artistica”.

In letteratura, sebbene il più delle volte produca effetti non propriamente significativi, abbiamo la tecnica della “scrittura automatica”, che tenta, appunto, di svincolare il procedimento artistico dalle comuni connessioni spazio- temporali, dalla logica, dalla razionalità e, entrando forse nel vivo della questione, dalle influenze in un certo senso ereditate dall’artista stesso nel corso della sua opera e della sua vita. A questo proposito, si veda il concetto di “meme” di Richard Dawkins e gli studi successivi sulla memetica, la scienza che studia questo tipo di unità verbale ( e quindi concettuale) autopropagantesi. Altrettanto interessanti sono gli esperimenti di William S. Burroughs, ai quali dedicò buona parte della sua produzione, con il “cut-up”, cioè il collage (una tecnica inizialmente utilizzata solo in pittura, che gli fu consigliata dall’amico e collaboratore Brion Gysin, in precedenza facente parte del gruppo dei cosiddetti Surrealisti) di brani suoi e di altri scrittori, “tagliati” e ricomposti secondo uno schema casuale che, molto spesso, dava vita ad un nuovo testo dai significati del tutto inaspettati.

In pittura gli esempi si sprecano. Anche Jackson Pollock, il pittore americano divenuto famoso per la tecnica di sua invenzione denominata “dripping”, “sgocciolamento”, affermava decisamente di non essere mai pienamente consapevole di quanto stava creando, lavorando così in una sorta di trance ipnotica in cui i normali flussi del pensiero si incanalano verso misteriose ed occulte destinazioni, per poi “prendere coscienza”, uscire dal suo dipinto e comprenderlo con il distacco oggettivo che potremmo avere noi stessi ammirandolo appeso alla parete di una sua esposizione.

Ed è proprio l’ Intuizione, ancora una volta nel suo significato più letterale (intus ire, entrare dentro) la definitiva molla che riesce a far scattare il meccanismo artistico. Il problema principale, forse, è il rischio di potersi perdere all’interno di questa burella oscura e luminosa (“Scendi! O potrei dirti sali, è tutt’uno!” dice Mefistofele a Faust); e non si può negare che quegli atteggiamenti anticonformisti, anarchici o, nel peggiore dei casi, anche schizofrenici, assunti da molti artisti che, almeno secondo il “senso comune”, impazzirono, siano probabilmente legati alle problematiche incontrate nel ritornare ad una realtà meramente “razionale” e, in definitiva, socialmente accettata. E’ la condizione umana, espressa così meravigliosamente nella genialità della metafora del nocchiero in “Un colpo di dadi non abolirà mai il Caso” di Mallarmé. Ed è anche in questo esempio (forse più che in qualsiasi altro a ben pensarci) che l’irrazionalità prende il sopravvento con nuove forme, nuove luci, spazi bianchi dove un momento prima c’era tempo, c’era parola. 

Si potrebbe discutere quasi all’infinito di questo tema, a parer mio cruciale per comprendere il significato di una qualsiasi produzione artistica; quand’anche esaminassimo la questione da un punto di vista scientifico ( e, va da sè, la Scienza dello Spirito mi sembra l’unica disciplina in grado di esaminare ciò che, necessariamente, va oltre la razionalità sensibile) scopriremmo forse, con grande disappunto dei rigidi occultisti, che anche i reami dello spirito non sono così ordinati come l’esoterismo cristiano, ebraico ed islamico ci avevano fatto credere. Il fatto è che, in altre parole, discutere ancora di Troni, Dominazioni, Virtù, Arcangeli, Angeli e via dicendo non è decisamente più concepibile; un universo gerarchizzato all’estremo, necessariamente, provoca nel microcosmo una visione altrettanto ordinata e gerarchica. E noi questo non lo vogliamo. Forse che la nebbia, alzandosi dal suolo gelato in un’antelucana mattina montana provoca fantasmi la cui dispersione ed il cui accumulo e concentramento obbediscono a qualche legge determinata da un’entità superiore?

Gli spiriti sono anarchici.

Personalmente, sono riuscito ad ottenere risultati significativi soltanto con la scrittura automatica ma accellerata, in particolare dopo esperienze di meditazione profonda. Quando ogni parola trascende le lettere che la compongono ed il significato convenzionalmente accettato da un preciso linguaggio, si possono sprigionare energie che forse sono quasi incontrollabili, capaci di scatenare mutamenti anche nell’assetto esclusivamente fisico e materiale della società. Qui si entra in un campo piuttosto vasto e colmo d’insidie, anche se tutto sembra avvalorare l’ipotesi di alcuni scrittori(a parer mio non molto remota) che, in un momento primordiale dell’espressione umana artistica, parola ed immagine fossero, in effetti, la stessa entità. Questi esperimenti sono necessari per qualsiasi scrittore ed in particolare per qualsiasi poeta; non vorrei responsabilizzare troppo nessuno, ma forse il poeta ha anche il dovere morale nei confronti di se stesso e dell’umanità di “trascendere”. Altri esperimenti mi hanno portato invece verso forme ancor più casuali della composizione. Un esempio: ricordate le cosiddette “sorti virgiliane” utilizzate come metodo divinatorio nel Medioevo (ed anche di Rabelaisiana memoria)? Non si fa altro che prendere che so, le Georgiche e l’Eneide (un qualsiasi testo naturalmente, inclusi i discorsi politici, di attualità), tirare un pugno di dadi e, a seconda dei numeri usciti, si sceglie il capitolo ed i versi. Poi si scompone il tutto inserendo parole scelte a caso (io a volte utilizzo delle “griglie archetipe”, cioè diverse linee orizzontali di varia lunghezza di parole che possano essere variamente interpretate e che rappresentino anche aspetti tradizionali ed esoterici ormai entrati a far parte dell’inconscio collettivo: Luna, Sole, Saturno, Terra, Aria, Fuoco, Caverna, Montagna, Serpente, Roccia, Fallo, Vagina, Madre, Padre ecc. numeri e congiunzioni inclusi) e la trasformazione del testo a quel punto è completa (anche se in continuo possibile mutamento), con la nascita di nuove parole e ripetizioni che assumono un ritmo particolare ed un effetto mantrico.

E così, la carta stessa prende vita.

 

 

Il disprezzo

Posted in considerazioni on 26 Dicembre 2008 by fabiotodeschini

Questa volta non posso essere nè poetico nè gradevole, poichè devo esprimere solo il mio disprezzo e la mia volontà, che sarà sempre bellicosa nei confronti di alcuni tra coloro i quali hanno la pretesa di definirsi “scrittori”.

In un’intervista al Corriere della Sera il noto “scrittore” e “fisico” Paolo Giordano ha dichiarato di “non essere un fanatico della natura.” Inoltre, che “mantenerla inalterata non rappresenta il bene supremo. Spesso la scienza con i suoi interventi riesce a migliorarla o a correggerla se necessario”. Per quanto riguarda le cosiddette “leggi naturali”, questo giovane uomo afferma che “non è sufficiente capirle, bisogna comunque tener conto anche dell’uomo e tutto va visto alla luce del beneficio che ne può ricavare (…)”.

Somma presunzione! Somma presunzione di piccoli esseri, talmente piccoli da ritenersi così grandi da pensare che vi siano errori nella Natura cui loro possano porre rimedio!!!

Io sono disgustato da tali affermazioni, per la mia anima prossime alla bestemmia pura e semplice. Uomini del genere sono i responsabii dei mali del mondo, della scomparsa di infinite specie viventi (incluse svariate civiltà del passato, civiltà umane), simili pseudo- scienziati, che hanno l’ardire di chiamarsi “scrittori”, rivolgendo in realtà la loro cosiddetta “arte” ad una massa informe ed ottusa, tipica falange della società occidentale, eserciti della mediocrità,  facendo presa sui suoi sentimenti più bassi, creati esclusivamente dall’uomo dei nostri tempi ad uso, consumo e controllo dei suoi stessi simili, da quest’essere infinitamente egoista che crede di essere al centro dell’universo! Io vi disprezzo!!! Lo voglio ripetere: “IO VI DISPREZZO!!!”

Sappiate, ciechi , ottusi mostri , spiriti ahrimanici egoici, che l’Era volge al termine, la vostra era volge al termine; l’età oscura che avete creato, il Kali Yuga in cui sguazzate volge al termine; non saranno certo le vostre opere, come ingenuamente credete, a rappresentare gli ultimi “raddrizzamenti” previsti prima dell’Ayah avestico, il Metallo Fuso in cui annasperete nella catarsi finale, nell’apocatastasi che darà fine al Manvantara in cui avete avuto la sfortuna di vivere.

Così, considerata la mia magnanimità, pur essendo un poeta e quindi un angelo di Dio, capace di demolire città e bruciare neonati nelle loro culle, ho deciso di darvi una possibilità e condannarvi a vagare tra tutti gli universi racchiusi dalle nostre Nebbie. In uno di questi mondi, se riuscirete a trovarlo, testimonierete manifestandovi con umiltà il vostro errore.

FIAT TENEBRA

Riflessioni su Guénon e lo Zurvanismo

Posted in considerazioni on 29 Novembre 2008 by fabiotodeschini

Il saggio attribuito a René Guénon intitolato “Il Demiurgo” ed apparso recentemente nel bel volume miscellaneo dell’Adelphi, offre uno spunto di riflessione che ritengo di dover condividere con i lettori di questo blog.

L’ottica tradizionalista ed ortodossa di Guénon è ben conosciuta, basti ricordare che egli stesso ritenne opportuno modificare le sue posizioni nei confronti del Buddhismo (da lui ritenuto inizialmente una mera eresia in seno all’Induismo, la vera dottrina “tradizionale”; eresia che, negando la filiazione ad un Principio divino ed archetipo, si traduceva in mera anarchia generalizzata) soltanto a pochi anni dalla sua morte, dopo la conoscenza dei lavori  dell’induista Coomaraswami e il contatto epistolare con Evola.

Tuttavia, nonostante queste premesse (che non sono certamente tese a sminuire il lavoro di uno dei più grandi studiosi del secolo scorso; infatti, la mia matrice di assoluta tolleranza si evince chiaramente dalla pubblicazione di un articolo, poco tempo fa, su Rudolf Steiner, le cui tesi, unite più in generale a quelle teosofiche o comunque spiritualiste, erano sovente bersaglio degli strali del Nostro), nel saggio sopra citato, in cui il problema di fondo della filosofia e soprattutto della religione (“Se esiste Dio, perchè esiste il Male?) è affrontato in un’ottica essenzialmente gnostica, cioè con l’introduzione di una divinità creatrice della materia (il Demiurgo, appunto, termine usato inizialmente da Platone nel suo “Timeo”) responsabile della corruzione del mondo, si legge un’affermazione piuttosto sorprendente se attribuita al seguace della metafisica pura (ironia della sorte! “Metafisica” per Aristotele, non significava altro che la denominazione dei libri che seguivano la sua “Fisica”, alla quale l’uomo, eccelso animale, ha poi attribuito un valore incredibilmente più espanso. Verrebbe da rispondere con le parole di Mefistofele: “I pazzi non arriveranno mai a capire  quanto la fortuna si associ al merito…”) e la cito qui testualmente dalla suddetta edizione:

(…) “Del resto, molte dottrine  ritenute di solito dualiste non lo sono che in apparenza; nel Manicheismo come nella religione di Zoroastro il dualismo non era che una dottrina puramente essoterica, la quale celava la vera dottrina esoterica dell’unità: Ormuzd e Ahriman sono generati entrambi da Zervané – Akérené, e devono fondersi in lui alla fine dei tempi.”

Come interpretare questa improvvisa propensione all’eresia Manichea o, più precisamente, giacché pare qui che Guénon faccia un po’ di confusione tra le due correnti, Zurvanistica (eresia nata in seno al Mazdeismo prima della riforma di Zarathustra, causata dall’introduzione, da parte della casta sacerdotale dei Magi, di un principio superiore sia ad Ahura Mazdah sia ad Ahriman, e cioè Zrvan Akrana, “tempo indefinito”, dilatazione del concetto avestico di tempo indefinito, con cui Kant andrebbe a nozze)? Non sarebbe stato più corretto accettare semplicemente il Mazdeismo autentico (quello cioè successivo alla riforma del Profeta Zarathustra) da parte di un devoto alla Tradizione Primordiale? Non sarebbe corretto pensare che un uomo dell’intelligenza e della cultura di Guénon fosse certamente al corrente del fatto che il Mazdeismo era un monoteismo ASSOLUTO (come la religione che lo seguì e dalla quale fu sbaragliato, l’Islam) e che il concetto di “Cattiva Mente” (Angra Mainyu) non potesse essere contestualizzato  a livello ipostatico di reale manifestazione del Male?

Lascio aperte queste domande (con le dovute riserve sull’attribuzione del saggio di cui si discute) in modo tale che chiunque sia interessato alla questione possa rispondere e chiarire queste riflessioni che, lo ripeto, non vogliono essere fonte di dubbio o polemica, ma soltanto di approfondimento.

FT

Alcune considerazioni su “Le basi occulte della Bhagavad Gita” ciclo di conferenze di Rudolf Steiner del 1913

Posted in considerazioni on 28 Ottobre 2008 by fabiotodeschini

Rudolf Steiner (Donji Kraljevec, 27 febbraio 1861 – Dornach, 30 marzo 1925

Il giudizio di Rudolf Steiner, a mio parere, è sempre stato piuttosto severo ogni qualvolta è stato costretto dalla sua incontestabile dedizione alla verità a dedicarsi allo studio delle radici profonde ed occulte delle antiche religioni, in modo tale da poterne visualizzare (e farli visualizzare ai suoi adepti) i principi essenziali. Anche nel caso del famosissimo poema indiano, Il “Canto del Beato” Krishna Vasudeva, è stato così.

La severità di Steiner nella classificazione delle religioni pre cristiane o comunque dei precedenti sistemi filosofici – gnostici come successivi gradini dell’evoluzione spirituale dell’umanità si evince dalla completa mancanza di flessibilità temporale di colui che Massimo Scaligero, con radioso spirito di devozione, soprannominò  ”Il Maestro dei Nuovi Tempi”; tale mancanza fa presumere  che ogni concezione sia irrimediabilmente e strettamente connessa con il periodo storico in cui si è sviluppata (escluso ovviamente il cristianesimo), in modo tale che nulla (o quasi nulla) di ciò che veniva insegnato da questa o da quella Scuola possa essere utile allo sviluppo spirituale dell’uomo moderno, a meno che non venga visto (o sublimato?) e concepito sotto l’ottica antroposofica, la sola (per lui) in grado di innalzare l’uomo alle più alte vette sovrasensibili.

Le infinite virtù dell’Antroposofia e gli incentivi donati da essa ai più svariati campi del sapere umano sono indiscutibili, notiamone ad esempio l’estrema modernità e la quasi completa versatilità in ogni ramo del sapere attuale, ma, a mio modesto parere, portà in sè anche il difetto evidente di attribuire un’esagerata importanza all’evento del Golgotha e , più in generale, all’UNIVERSALITA’ del significato (indubbiamente assai profondo) del Cristo e della Sua morte per l’umanità dell’attuale ciclo cosmico. Risulta, in questo senso, molto interessante paragonare i suoi scritti a quelli dell’altrettanto famosa Società Teosofica, la quale, proprio per l’indirizzo più orientaleggiante, finì per espellere Steiner e l’intera Sezione Tedesca da lui diretta.

Poco sopra ho citato di sfuggita la dottrina Hindu dei cosiddetti “Cicli Cosmici”, e non a caso, perchè, pur essendo un devoto estimatore di Steiner, non ho potuto fare a meno, con un certo rammarico che devo pur tuttavia esprimere, di notare che questo grande uomo ( ciò è palese aldilà di ogni possibile discrepanza concettuale), volontariamente dimenticò molti concetti chiave dell’induismo, come questo appunto, connesso con la venuta (“Discesa”, in realtà) dell’ultimo AVATARA di Vishnu, KALKIN, alla fine del KALI YUGA, la fine dei tempi. Molti Tantra da me studiati (cfr. KCT) e tuttora seguiti da molte scuole, anche in Occidente, ne parlano diffusamente. Certo sarebbe esagerato identificare nella discesa del principio divino in Gesù di Nazareth il decimo Avatara di Vishnu! Su questo penso non si possa muovere alcuna obiezione, nè sul fatto evidente che dottrine di tale “portata cosmica” non possono non essere considerate evidentemente “universali”.

Lo studio della Baghavad Gita, in sostanza, è sicuramente auspicabile anche per un moderno occidentale, rivelandosi con ogni probabilità anche un’efficace Pharmakon contro un globale controllo mentale ed un condizionamento che, attuato dagli organismi di potere che sfruttano l’ignoranza delle masse, ha reso insopportabilmente nevrotica la vita mentale dell’uomo della civiltà industrializzata, il quale dovrebbe far suoi questi ed altri tesori di sapienza, inclusa naturalmente la sublime dottrina liberatoria del Maestro dei Nuovi Tempi, sottoposta ovviamente, come ogni altra cosa, ad un sano giudizio e non a futili critiche Momistiche, al fine d’affrancarsi da tale controllo, questo sì davvero Satanico ed Ahrimanico.

 

(ampliamento di appunti di diario del 21 Ottobre 2008)

Bentornate, Madri d’Autunno!

Posted in considerazioni on 13 Settembre 2008 by fabiotodeschini

L’arrivo dell’autunno! Più sublime del verso, di tutte le poesie, di tutti i poeti! Potersi annullare in quest’istante, ecco il mio forte desiderio, una volontà splendida d’essere ogni tuono ed ogni goccia di pioggia.

Cancellare la propria poesia è un atto ancor più sublime del comporla.

Nonostante  l’ “Esercizio di Metafisica Zero”, nonostante la comprensione dell’Assoluta Vacuità del centro delle nebbie, se fossimo veramente, prometeicamente coraggiosi disintegreremmo anche tutti i nostri tentativi descrittivi dell’assolutamente Oltre, del puro incontrastabile vuoto.

Ma, tant’è, la debolezza ci vince sempre; l’orgoglio è questa debolezza. Confessare i nostri errori osservando contemplativi un grigiastro, lampeggiante manto uranio, ricevere la benedizione brontolante dei tuoni nel calderone della Strega/Madre Cosmica.

Sì, forse la Fratellanza dei Poeti potrebbe accontentarsi di questo.

Una pagina di diario…

Posted in considerazioni on 26 Agosto 2008 by fabiotodeschini

Per una volta contravvengo alle mie stesse disposizioni per farvi leggere una pagina del mio diario la quale, essendo in sintonia con il percorso spirituale ed artistico già descritto in questa sede, merita sicuramente d’essere menzionata. Come ho già avuto modo di annunciare, la composizione del “Libro delle Nebbie” è un’esperienza talmente avvolgente e così realmente compenetrata nella vita stessa, la mia e quella del mondo, che devo assolutamente trovare modo di spiegare ciò che sono in procinto di fare e di diventare. Qualche giorno fa, in montagna, stavo rileggendo per l’ennesima volta una delle opere che mi sono più care, il “Faust” di Goethe. Più tardi, ossevando le nuvole basse che strisciavano giù dalle pendici dei monti, ho preso in mano il mio diario e ho scritto:

(mattina) Ho compreso che, componendo il Libro delle Nebbie, io in verità sto discendendo, come Faust, giù verso il regno oscuro delle MADRI. Intorno ad esse non esiste nè tempo nè spazio, dunque io, avventurandomi nel loro reame per cercare il tripode (l’unificazione in vita delle tre parti e la reintegrazione nello stato edenico, cioè dell’ADAM-KADMON unito all’amante LILITH, ed ouroborico) allontano da me e scongiuro per sempre il pericolo del CONTROLLO e dell’ILLUSIONE, ch’è tutt’uno con il TEMPO; non soltanto a livello di percezione intuitiva ed unificazione tra Provvidenza, Fatalità e Volontà, ma anche nei fatti per così dire “Materiali” della vita quotidiana. Se continuerò così diventerò sacro per le MADRI, Diana, la Maria Silvana della Foresta della VIRIDITAS, manterrà la sua promessa e potrò discendere lieto nel suo scuro utero.

(17:00) In meditazione. Il tronco tagliato nella foresta scioglie i suoi anni al centro. Discendo verso l’interno. Vago senza forma nell’ondulata oscurità liquida, le cui Dee mi smembrano, evirandomi. Dal calderone un composito animale ierofante mi rigenera aureo, spezzando la verga dalla quale sgorgano i miei NUOVI COLORI. Esco con il volto alla pioggia. Nebbia, Uovo Nero, sono nell’Uovo Nero.

P.S. Bacinella sul tronco all’inizio, nella foresta. Maria Silvana con testa di cornacchia comanda all’acqua tramite il suono di un piccolo campanello. L’acqua gioca e segue il suono come i topi con il piffero. Sempre più indifferenziazione.

P.P.S. (sera) La Bevanda riposa sotto forma di Compost nel Vaso Sigillato. Ho usato: Assenzio, Anice, Menta, Ginepro, Pepe, Noce Moscata, Succo e buccia di limone, Zucchero, Alcool puro, Acqua bollente.

 FT

Lode a Te, Venere Ermetica!

Posted in considerazioni on 1 Maggio 2008 by fabiotodeschini

Fratelli, la rugiada di Maggio, la Prima Materia attende nell’ora antelucana, trasudando dal teschio posto sull’altare nascosto dalle fronde della foresta ermetica, nel bagliore rosso e giallo dell’alba, gli impavidi ministri del fuoco, pronti a cogliere il succo intellettuale di questi giorni sacri.

Meditate, Fratelli! Purificate la sostanza del vostro corpo e della vostra mente; in termini palingenetici, i nostri versi sorgeranno dall’oceano insieme alla Sacra Venere Mattutina.

“Il sapiente, ascoltando, capirà e diverrà più sapiente e, capendo, diverrà padrone di quella sapienza.

Questa è la Sapienza certamente Regina dell’Austro, che si dice venga dall’oriente come l’aurora che avanza, ascoltare comprendendo nè possibilmente trascurare la sapienza di Salomone; l’autorità e l’onore sono cose affidate alle sue mani come la virtù e lo scettro, il diadema che porta sul capo regio risplendente di dodici stelle, quasi una sposa che si fa bella per il suo sposo, e porta sugli abiti in caratteri d’oro greci, barbari e latini, la scritta: Regnerò regnando e il mio regno non avrà fine per coloro che mi trovano e mi cercano.”

AURORA CONSURGENS

Incertezza…

Posted in considerazioni on 9 Marzo 2008 by fabiotodeschini

Tra qualche giorno pubblicherò uno dei miei nuovi componimenti ma, per il momento, sento il bisogno di esternare, anche se non ho idea di chi potrà mai accorgersene, un’incertezza che mi ha colto nel momento in cui ho iniziato la composizione di un’opera la quale, ora lo capisco, potrebbe impegnare molto più tempo del previsto, addirittura potrebbe non bastarmi la vita per comporla, nè quella d’altri.

Queste parole sono alla vista del mondo intero, e spero che un’anima misericordiosa le legga e provi non dico pietà, ma almeno comprensione per me…
Dovrebbe essere il “Libro delle nebbie” o il “Libro della nebbia”… Ma ora mi accorgo che potrebbero in realtà essere i “Libri delle nebbie”; senza fine. E’ certamente quel libro dannato di cui sono sempre andato alla ricerca durante tutti i miei anni passati tra i gorghi di Dite, senza mai trovarlo, in quanto non l’ho mai cercato nel luogo più semplice, più vicino, nel santuario del mio cuore.
Le più grandi opere nascono spesso da un trauma, da una rottura. O da un’esperienza metafisica così intensa da invadere completamente l’anima di spirito, distaccandola dal corpo per trasportarla in reami straordinari, per poi riaccostarla al fisico materiale così purificata da cambiare per sempre l’esistenza. Prendete “Mattina” di Ungaretti, la sua poesia più breve e più famosa. Il soldato si sveglia all’alba, in un campo coperto di brina, i suoni della battaglia sono lontani, lui è salvo, per il momento. Le montagne, i vapori che salgono dalla terra, l’erba, il ghiaccio, il cielo grigio antelucano, gli alberi: tutto è splendidamente impassibile davanti al suo estremo divenire, alla sua caducità, alla sua misera condizione di essere umano e votato alla distruzione più d’altri, come soldato. Ma quando sorge la luce, la bellezza dell’eternità lo colpisce con i suoi raggi benefici; egli comprende che essa preesiste ad ogni miseria umana, l’immensità lo illumina con il suo potere e con la sua forza…

Temo che non uscirò da questo dedalo di nebbia…

Forse mai più…

A chi leggerà queste righe dico solo: come tutti miei fratelli, ho cercato di rubare il fuoco.

F.T.