Archivio per la Categoria poesia

Tornato da Firenze…

Posted in poesia on 9 Dicembre 2009 by fabiotodeschini
Il Celeste Indagatore
 
 
 
Gli strumenti sembrano fossilizzati
fusi e pietrificati, tutt’uno con l’altare;
il gesto è un simbolo di catena multiversale
che compio con pollici ed indici
sciogliendo il reclamo primordiale,
riplasmo l’altare in un barbaro elmo
che mi cinge tempie esogene
come maglia scolpita d’un antico sogno arcade.
Nel mare della creazione odo il canto dei navigatori esuli di Samotracia,
percepisco l’identità  titanica dell’Atlante sconfinato,
sciolgo la lancia di San Teodoro,
mi nomino Parusia di una nuova era anarchica.
Un bagno caldo nell’elmo del fu Re del Mondo…
Sono speziato come soltanto un essere umano può essere,
nell’auto – antropofagia spirituale che litoticamente ironizzo.
Ecco un Celeste Indagatore,
vibrando unghiate d’esercizio metafisico,
accavallando gambe d’asino priapico per comporre i pochi versi
che banconote ululanti malediranno nell’inveterata tortura.
Al Celeste Indagatore
piace sopra ogni altra volatile, piumata cosa
sbacchettare magneticamente un “oooooh…” investigativo,
simile ad un gnostico inno copto,
che seziona meglio del bisturi d’Esculapio
il borborigmo rutilante;
liberalizzato maniaco che ha un curioso compito:
fare stalking a galassie e remoti pianeti e stelle.
Linea spezzata di pentagramma, i miei studi infantili
torneranno utili nel giorno palingenetico
quando la penna sarà fusa dall’inchiostro.
Ecco un Celeste Indagatore
come un aborigeno del sogno,
le Pietre Sacre portate dai Signori del Tramonto
non sono le basi
di una terrena Costituzione.
Ama le soffitte buie, i corridoi in disuso,
le ferrovie abbandonate (ma non scrivere sugli autobus),
gli angoli impraticabili (evviva le fermate, Eloi! Eloi!),
le cantine e le fabbriche, immaginando l’amore di una Giada di sogno,
dalla frangia obliqua in una camera ben ammobiliata.
Gli è sembrato di scorgere il Cane degli Dei lassù,
sa che deve cavalcarlo in un insieme di occhio e spazio,
per dare risveglio ad un altare putrescente
simbolicamente dato per rinnovare il ricordo
di una vecchia vita.
Per una giornata di peregrinazioni ubique,
tutto il suo merito in un sandwich – pisside;
un panino – brahmanda,
adornato di tirsi – stuzzicadenti – pigne allevate grufolanti,
Orfeo passami quella senape
no, meglio tu Wotan che sei morto,
come è morta la senape,
nel divino imbottimento che non muore se è digerito,
si deve necessariamente ammettere:
di Dioniso ha il vizio misterico,
l’acredine epica di Torquato,
di Shakespeare il duplice ironizzare,
dell’uovo il senso tragico,
del Rex Sacrificulus l’impegno sociale,
degli Gnostici la propensione all’assolutezza,
dell’Alfiere il moto diagonale.
Per innalzare l’altare novello sulla spiaggia deserta,
deve pur guardare i tursiopi cavalcare le nubi strillanti,
rapite da echinodermidi Pegasi scalpitanti,
moto oscuro dell’organizzazione macrocosmica,
il Celeste Indagatore, il suo trattato,
Opera Omnia di spugne azzannanti vongole siderali,
schizzando la sua lingua – bacchetta magica dell’Eone di Thot
verso cirri – spirografi
nel salato cielo che si specchia intingendo
il suo sonno di Giada
sogno di Giada
nel sublime, etereo ribollire.
 
 
 
 
 
24 – 11 – 09
  

Se un mortale salto…

Posted in poesia on 16 Novembre 2009 by fabiotodeschini
 Se io distruggo una sola mente d’uomo
io distruggo l’universo
no?
Ma non sono un essere malvagio…
Mi è venuto in mente (da un’Altezza strana suppongo)
che fare versi significa gettare ami,
con grande fatica di titano fustigato
cavar fuori ciò che nuota ignaro,
ossia un pesce di squame di spirito di sonno
che pie mani
andranno a dischiudere.
“Dove?” – “Qui!” – questo è il segmento espositivo
che contiene l’acqua salata dell’ubiquità.
Se un mortale salto…
(No, non mi perdo, perdono…)
Se un mortale salto
mi distruggesse la causa-effetto-difetto
quassù, sotto una fronte bombata e rigogliosa,
non sarebbe più necessaria una dissezione spirituale,
un essere amico – in forma di sorriso plenario
mi abbonerà al riciclo corporale
che vado cercando tra occhi d’albero.
Non credo al Re Pescatore,
credo nel poeta danzante
che trova il buco in cui inciampare, arrancare, sprofondare…
piombando giù nella nuova mentalità
aperta sul pluriverso cinguettante,
dando le spalle a quel vecchio anello cieco.
Sì, il Diluvio Universale ha come unica finalità quella di lavarti i capelli,
(e sia benedetto in saecula se ne hai bisogno)
perciò se un successivo salto mortale
non piomba dentro la “O” di “Orrore”,
scarpette sonnecchianti potranno riscattarsi.
Devo proprio ammetterlo: i Misteri sono morti;
c’è un vago sollievo
probabilmente un globale fogliame sospirante
nello scoprire il velo di cristalli prismatici, dei Misteri;
sono lì defunti perchè svelati
se io distruggo una sola mente, composizione anelliforme;
se un mortale salto…
Se un mortale salto il portale percuote se…
Una “U” umana intestinale cucurbita
non mi farà ricadere nella mia “R” cavernicola.
16 – 11 – 09

 

Oltre il luminoso mar del mattino

Posted in poesia on 31 Ottobre 2009 by fabiotodeschini

Vista da quieti versificatori,   

una città potrebbe sembrare quasi affabile   

di primo mattino, frizzante chiarore nell’occhio socchiuso. Già.    

Giardinieri potanti chiome parrucche vegetali signore,    

odor di benzina odore ricordo odo…re… re… re… Chi chiami?    

Numeri di profumi essenze particelle sospese vagano,    

lente inie percorrono l’aria in attesa di traduzione, lo scopo del gheriglio;   

un giardino chimicamente invaso, vite si librano gassose, alba del rebis nel muto libro.    

Quieta attesa di stomaco brontolante e tabacco cubano.    

Al centro di un mondo, lo scarto in attesa all’interno, espulsione meccanica,    

bellezza-estetica-forma-concetto- uomo,    

falciata dai profumi dagli olezzi valicata,    

cinguettio    

oltre lo scatto turistico mi vedrete in vetrina in raggi al neon,      

segnale di partenza, nostalgia, ti ricorderai, nave, tu, o pensiero veloce?    

Oltre il luminoso    

mar del mattino.    

30-10-09      9:00 a.m.

Visione del mattino…

Posted in poesia on 5 Settembre 2009 by fabiotodeschini

Ho visto una pianta

come una colonna

di vorticoso

turbinante verde

e sorgeva da un nero vaso

e la colonna era avvolta

nella plastica del mio tempo.

 

 

4 Settembre 2009

Sfogliando un vecchio libro… (LdN)

Posted in narrativa, poesia on 18 Agosto 2009 by fabiotodeschini
Sospensione...

Sospensione...

Sfogliando un vecchio libro polveroso tratto da una posizione statica, in un luogo-non luogo, scaffale addormentato e scricchiolante  ma ancor custode e vivo, può capitare che un foglietto strapazzato sia in attesa tra le pagine, magari da molto, moltissimo tempo, come una bomba inesplosa. Essa può capitare nelle mani giuste o in quelle sbagliate.

Intercettato messaggio dell’Esercito delle Nebbie: maneggiare con estrema cautela. Mangiare dopo aver divulgato ad un “io” complice.

“La liberazione della mente umana da se stessa e dalle altre entità mentali, da parolapensieroazionecorpovitamortenascita, passa necessariamente attraverso l’esatta applicazione di due arti o tecniche basilari, in grado di “rompere” il meccanismo illusorio della pre-realtà e del controllo della mente sulla mente sulle menti: la meditazione profonda (o assoluta) e la Nebbia Lirica. Dove per “Nebbia Lirica” s’intende un nuovo modo-non modello astrutturale di poiesi letteraria: nebbia – oceano – battigia – onda – profondità – illimitatezza – incontenibilità-fluido-utero-gamete autarchico, in grado di destabilizzare il comune flusso del pensiero umano. Ondulazione bacio continuo sabbia acqua sale movimento interno esterno abisso centro del mare occhio serpente rosa loto sole betilo geroglifico silenzio silenzio silenzio silenzio oro oro oro oro oro oro oro oro.

Entrambe le arti o tecniche suddette sono altresì utilissimi strumenti di difesa psichica: le agenzie dell’oscurità informativa, che gestiscono i comuni flussi del pensiero e della cultura attraverso virulenti attacchi psico-fisici         (un essere pluricellulare creato al momento come esempio: vaginamonetagradocasapenemonetagradolavorovedereguardare farepiùdituttivelocitàmonetavaginagradopenelavorocasa piscinapotereordineorgogliomonetavelocità comandocasagradovaginafigliofigliagenesocietàpenemonetalavoro), e che creano esseri atti ad assorbire e sviare il pensiero focalizzandolo su banalità e frivolezze (in realtà di tutt’altra natura e pregnanza, come si capisce), siano essi demoni, Lupi Ipertestuali o Leviatani nei cui fanoni rimane impigliato il krill dell’essere, troveranno un muro ed uno scudo, un cerchio magico di difesa assai difficile da abbattere.

La Nebbia Lirica crea disorientamento e intelligenza/sapienza contemporanemente generalizzata e specializzata, sviando così ogni possibile attacco esterno, letterario o mediatico, in quanto velo che cela e svela nello stesso tempo.

Il puro pensiero (cioè pensiero non-verbale) nasce invece spontaneamente in seguito al corretto esercizio della meditazione assoluta o profonda: se questo stato viene mantenuto, il contratto d’invulnerabilità è del tutto impossibile da inficiare  poichè lo scudo è privo di qualsiasi falla e, soprattutto, in quanto non c’è più assolutamente nessuna guerra in corso. Se, al contrario, lo stato in questione è solo passeggero (come capita se l’esercizio spirituale non è costante), l’agente-poeta-soldato ritorna alla nebbia letteraria che gli fa da palladiano scudo in attesa dell’esercizio successivo.”

Il brandello di fitta calligrafia viene brevemente masticato e poi ingoiato; il volume polveroso ritorna alla sua primitiva, statica posizione di attesa.

Esempio faustiano

Posted in poesia on 2 Agosto 2009 by fabiotodeschini

Ecco un esempio di composizione elaborata con il procedimento spiegato nell’ultima parte dell’ articolo pubblicato precedentemente. In questo caso mi sono servito di un intrico complesso di griglie archetipe sul quale ho gettato neri sassolini lucenti presi all’ingresso di un padiglione della Biennale, sei dadi ed il “Faust” di Goethe.

 

Pietra di saturno, nomade re; orsù, che ognuna dichiari l’esser suo.

Tramo nome, libro, pelle e cenere destinata a formarsi da sé sola.

Un fallo-lince; dio anello, dea coppa, suvvia senza insister troppo, senza insister troppo alba di terra!

Erbaverna vagiti in acqua ove il potere è sempre all’erta…

Sapore imputridisce sotto il dio delle more, osservare notte e giorno reca salute all’ammalato, capelli di etere.

È tutto: qualcosa di grande sta per compiersi.

 

 29 luglio 2009

 

 

Due versi prima del solstizio…

Posted in poesia on 20 Giugno 2009 by fabiotodeschini
Giardino di Villa Pisani

Giardino di Villa Pisani

Temporale…

Non sentir

più un uccello

cantare.

Non una voce, di uomo, di donna, parlare.

Rugiada cerebrale.

Alta regione,

che il mondoDPP_0570

 assale.

Fremendo,

tiepidi,

sentenziando,

certi,

anni d’esperimenti non bastano

ad affermare:

spegniti cartaccia inzuppata

nel temporale.

Ho deciso battaglia,

ho scelto fortunale.

Quel potere reale…

Passando tra i flutti ricordo

e vedo

“Qualcosa di strano è successo

qui.”

 

 

19 Giugno 2009

Ritorno

Posted in poesia on 3 Giugno 2009 by fabiotodeschini

Dubito che abbiate sentito la mia mancanza, comunque, oggi per voi pubblico:

 

 

La cavalcata delle chimere

 

 

Incontravo un amico / che non vedo da tanti, tanti anni, /

in un istante di silenziosa saetta / saldato all’ara remota /

della riunione. / Mentre gustavo arrotolati spiriti di gloria /

nell’arcade simposio dei nostri cuori silvani. /

Temo un sogno.

 

Non ero invisibile e la mia voce di sonore cromatiche liscive /

era udita dall’assemblea plenaria degli uomini, /

non sovrastava il coro comune / del miglior talento. /

Benèfici Immortali / conoscevano il mio nome.

Un sogno, temo.

 

Vergati i miei successi calliopei / sulla lavorata carne d’alberi quotidiani, /

sorridevo / senza galleggiare nell’acqua amara /

l’asprezza dell’aceto che dovrebbe sciogliere le ruggini /

nei lobi martoriati dall’insensato potere /

Temo un sogno.

 

Camminavo senza fastidio pur non essendo solo /

nulla ho poi lasciato inconcluso /

per la forza per la volontà per il merito /

una considerazione più che una glossa marginale, /

non più acquosi occhi frantumati dal rossore incompatibile. /

Soddisfacevo tutto il bisogno del mondo. /

Un sogno, temo.

 

Avevo bruciato l’innominabile triade /

stupido-ignorante-volgare. /

Iniezioni di tracce sublimi, / boschi cristallizzati e spiagge di profonde sensibilità. /

Non mi accorgevo del fetore degli uomini / non c’è questo fetore, /

volatilizzato nelle chiarezze dorate dell’arte degli occhi /

non mi parevano più interessati ad una Moneta-Tetto /

più che alla polimorfa unica universale vita. /

Temo un sogno.

 

Infilzavo rimorsi / a cavallo del mio stesso benigno furore, /

non c’erano più fatue chincaglierie / simili ad acuti antagonisti /

germi velenosi sottilissimi mostri chimere / dette illusioni; /

bruciavo tutto in un fuoco di terra / scivolavo via con la pioggia nei canali di scolo /

finalmente tersi ed incantati. /

Un sogno, temo.

 

Potevo ascoltare una sciocchezza senza fremere /

d’ineguagliabile siccità, / stringere gli occhi in un solipsismo superbo di diversità; /

non corrugavo la fronte / non attendevo al passo d’alta quota /

che il mio nemico passasse per poi colpirlo. /

Ero una cascata, non uno stagno. /

Temo un sogno.

 

Ombre, porte aperte e singulti /

questi segni poco scolastici / meglio un Artemidoro o esegesi junghiana, /

mischiato a questi segni io stesso segno /

senza più sogni, caro Cleone. /

Mi chiamavano signor Todeschini, mister Theodosic, monsieur “Que sais-je?” /

Un sogno, temo.

 

Sempre tutti intorno a me / danza dell’obelisco /

Zenone, Valerio, Riccardo di Mendes, Riccardo Cuore-di-Capro /

l’Uomo-che-è-lì-per-caso, cioè Enrico il Vero… /

Insomma confraternita assolutamente completa e globale, /

un universo idealmente costruito / niente decapitazioni, niente trofei, nessuno strappa le erbacce… /

Gocce di sangue bollente, gocce nel foglio /

Temo un sogno.

 

Cosmopolitamente inneggiando alla bandiera tra le fiamme /

non ad una Fiamma-Bandiera. /

Suole consumate, sempre dimesso / un’anima rastremata /

cuore sempre danzante, sempre eccitato… /

Un’icona viva, elettrizzata, resa forte e dinamica /

dal passato cioè tutti i pioli della scala Presente; /

non più bloccato ormai, non ricordo, non pittura di veleno /

Un sogno, temo.

 

Non “estremità”, non “solo” né ameno /

contemplazione d’eburneo, fine volto… Attendevo. /

Non uno rompeva il silenzio; / riunito in aureo coro /

ero davvero aedo tra gli aedi, / non carme tra filastrocche;  /

potevo non nutrir il ventre, nessun bisogno… /

Temo un sogno.

 

Camminavo nella brezza, radiose mi accoglievano /

tutte le essenze / pietanze /

serali lumi, lanterne coronate d’edera. /

Uomo completo nella Camera del Mezzo /

nutrito dei Sali boschivi, /

restaurando il legame la fune  l’antica consulenza… /

La scienza, il cielo. /

Un sogno, temo.

 

Una libellula gigantesca, elettrica, cornea, potente come tutti gli oceani le procelle /

si alza dallo stagno immobile, quieto, /

dalla verde, psichica zuppa si alza e vola /

via / via / via /

 

Mi risveglio nel sogno di essere me stesso.

 

 

 

 

3 Giugno 2009

Una poesia per chi non vede soltanto un’aurora…

Posted in poesia on 20 Aprile 2009 by fabiotodeschini

Con quale pelle?

 

 

Con quale pelle di luce sciacquata,

vibrando colpi di silenzio

a grigiastre farabutte nubi,

ti mostri oggi, nel giorno della luna,

o Alba?

Piano.

Attendiamo.

Quale verbo schiude questo portentoso reticolo?

Una forma poetica, lettere di dive nubi

adorate da un delirante, vecchio scalzo…

Espiro attimi…

Silenzio.

Con quale volto di primordio

ti mostri oggi,

è un’identità che forse si potrebbe scrivere.

Un ufficio poetico, cratere sfavillante

nel cielo orientale,

comporre l’Identificazione;

o Alba del mio Sentimento!

Subito divento divinità arcana.

Scivolo via dai volti amati,

vivo nelle occhiate sfuggenti,

nei pensieri notturni…

E lascio intonsa la Tua Carta,

Alba.

 

 

20 Aprile 2009

           

Oriens

Posted in poesia on 1 Aprile 2009 by fabiotodeschini

Non ho fame

Ho voglia di ricordare i miei sogni

Palafitte al tramonto d’immense distese placide

Acqua

Giunchi di Madre Oriente Ieri

Intonando nenie quasi solenni

Euforiche poesie di corpi mattino

Richiesto dall’albatros

Non ho fame - Penso

La notte che mangia i pensieri

Sciolto nello scricchiolio di sandali

Giunchi

Giallo tepore levante

Alba di spine dorsali

Ah!

Così quiete

Utilizzo i miei sogni, è tutto qui, sai, il mio lavoro di poeta

Giunca silenziosamente scende canali immobili

Nel giallastro sorriso

Categorica palafitta nel cuore

Delle civiltà remote

 

 

1 Aprile 2009