Vivo ancora!
Fratelli, a dispetto delle avversità e della velenosa frusta del Fato, per quanto in verità sia giunto alla conclusione che Fato, Volontà e Provvidenza coincidano, liquefacendo nell’unità ogni possibile triade, io sono ancora qui e vivo, sono un poeta, nessuno può uccidermi, nè considerarsi tanto grande da potermi essere superiore. La stessa gerarchizzazione che alcune anime rozze vorrebbero applicare alla realtà ed ai rapporti umani che ne scandiscono il fastidioso svolgersi è una chiara e lampante prova dell’inesistenza di un tale schema. Vedo persone cadere e piangere, altre languire e morire, i fratelli sono spettri del passato, ogni lamento si trasforma in un’armonia deliziosa al cospetto della sublime filosofia della libertà. Tutto ciò è splendidamente esistente, inconsistente. L’esperienza del pensare è di per sè un fatto spirituale, ogni idealista è in realtà un gran ierofante, io non cerco e non vedo nessun errore nel mondo, non c’è nessun mondo. Io sono io, umida e fredda nebbia. Chiamo ogni potenza del mio spirito a testimoniare le mie parole: sono il perfetto e l’austero, nessuno potrà mai impormi la sua volontà, io ho visto chiaramente i reami dello spirito, le potenze dell’universo da cui questa esistenza procede si sono inchinate rispettosamente, poichè si sono accorte della mia comprensione. Nel loro mondo non esiste “perchè” nè “quando” nè “quindi”.
Questa poesia è dunque dedicata a tutti coloro che la leggeranno! Svaha!
Entrerò sibilando in ogni piccione morente per riportarlo al cielo implume e spellacchiato, al fuoco che donerà vigore alle ali malate.
Come un uomo che, camminando piano, guardi sempre a terra, le mani affossate nelle tasche, nocche dolenti per il freddo sincero, andando con lo sguardo qua e là tra le mattonelle umide, osservando anche la milionesima parte d’un’ immondizia, alla ricerca impassibile dell’unica, rossa Pietra.
Terra, mia Terra, saprai che il mio orzo è dorato;
tu saprai che la mia spiga cresce forte,
osservando e respirando l’ossigeno della nuda Donna Solare.
Mi adagerò in te, sputando il disprezzo, entrerò in ogni radice, mi nasconderò sotto ogni sasso. La polvere sarà per me un credo assoluto.
Rotolando, ridendo, con ogni genere d’insetti.
La pelle bianca, i ciottoli saranno i miei papiri, pensieri.
Ai piedi della colonna ballerò sotto il fantoccio tricefalo; cantando inni al terremoto, odi alla presenza animale e lumi di luna nelle sere fragranti.
4 Gennaio 2008
IDENTITA’
Identità
Sono proprio io - Todeschini l’addendo
ho coniato l’osella della pace
che sublimerà la città il mio odio rancoroso
acquattato a bere birra di un’estate fredda
mentre un mondo di carne rotola d’allegria festiva
io mi godo la villeggiatura nel paese delle nuvole
rincuorato dalla brezza stanca
d’illimitabili metallici accorgimenti
piangendo nella tasca
d’un doloroso, piangente nephilim
atlantica maestria posseduta
che raramente ritorna
sabato 14 giugno 2008
Esecuzione
Esecuzione
Sul patibolo s’ergono i condannati dal volto funesto, mentre i cieli piangono e ridono, essendo duplice l’apparentemenete barbara operazione.
“Morte all’assassino!” urla un cittadino, un VERO cittadino.
E il primo poeta fa scricchiolare le assi della forca rispondendo a tono.
PRIMO POETA: “Ogni poeta è un assassino: egli uccide la fantasia del lettore, per porvi al suo posto la propria.”
FOLLA: “Avete ucciso la nostra fantasia, a morte! A morte gli assassini!”
SECONDO POETA: “Davvero vorresti macellar al posto del macellaio o far suole al posto del calzolaio?”
FOLLA: “E’ la giustizia che noi chiediamo!”
TERZO POETA: “Che le colpe umane ricadano sul nostro capo umano; ucciso il corpo, con acqua di nuvola e scheggia incandescente lo ricreiamo.”
FOLLA: “Basta parole (queste brutte, brutte cose), a morte, a morte gli assassini!”
POETI (in coro): “Bella risoluzione, doman riavrete una simile infezione.”
Tre corde si tendono, con secco schianto.
I poeti non possono essere uccisi.
28 Ottobre 2007
Un brano tratto dal “Libro delle Nebbie”… (collocazione spazio-temporale incerta)
“Ritorniamo per qualche istante, giacchè la debolezza dei nostri spiriti è anche la loro tempra e la loro forza compenetrante, alla lunga spiaggia dei nostri ricordi, vetri infranti nelle vecchie fondamenta della villa essiccata da un buon sole sorridente, mosaici di poco prosaiche erbe profane e splendide, mentre si passeggia con il sereno animo poetico oltre la pineta fischiettante e profumata. Verso la diga infine, in quel magico luogo ideale dove la quieta laguna s’invecchia e si rinnova immergendosi nel mare antico, odiamo tacere i morti beati; e ci incoroniamo vicendevolmente di teneri, graziosi e sottili papaveri, all’ombra d’un cespuglio, cullati dalla felice, instancabile risacca. Rinascono pigolando le cartilagini dei nostri spiriti devoti alla severa, artistica Madre: siamo il vino del cuore ed il sale del mare, che ci curerà da ogni affanno, poichè i viaggi sono stati lunghi e perigliosi.
Abbandonata dalla divinità d’amorfo ghiaccio perenne, lassù, e dagl’imbastarditi uomini d’un ultima radicale razza, quaggiù, la barca a motore s’accontenta, rassegnata, ai colpi violenti ed austeri d’onde verde rame ed alghe mature…”
Nascita Musicale
In occasione del mio prossimo compleanno (trent’anni! ma che? può finire la stagione del verso e dell’amore? Oh! Mai, cari Maestri, no! Giammai!), il 16 Aprile, per quanto ci interessi dei mesi e dei giorni (spariscono nella nebbia ancestrale… come si dissolvono… ciò è splendidamente spontaneo), dedico a tutti coloro che hanno avuto il dubbio onore di conoscermi un componimento abbastanza recente ed inedito. Perciò cari amici e fratelli, amanti, nemici e divini superiori ascoltate questa
Nascita Musicale
“Voilà! S’aprano le danze”, - chioccia sornione il giullar/buffone,
con mano e membro intenti alla fatal, variopinta minzione.
Bella sala, bei marmi, oh! il sacro Canova, e i lampadari, e le tende!
Tutti in pista ora, e tutti disarmonici. Il buco nel guanto,
l’occhio arrossato, il tacco scalcagnato, l’ispiramento santo,
la chioma nera ed unta, la barba d’una settimana,
il tatuaggio rituale, l’ex birra ora d’urina fiumana,
il sigaraccio spento, la giacca usata e pendente,
lo scarabeo egizio, il pene adunco e il ginocchio soffrente,
danzano da soli, o in quadriglia, il ritmo silente.
I ballerini si fondono, un circolo di vizi ed amori falliti,
mentre dalla luce di centro un uomo riceve inchini arditi:
eccolo, è nato! E’ il poeta, l’Uomo/Torre, “el chingado”;
e’l suo verso è: “Ho visto il mare calmo, quieta risacca, peggior d’un tornado”.
21 Gennaio 2008
Piangon l’Ore.
Sulla città
piove,
piano,
calore.
Ah! All’angolo quella sedia, così marcia d’inedia!
28 Marzo 2008
ESSENZIALITA’
Essenzialità.
Tutto è contemporaneo, penetrando sorge la nostra GIALLA sensazione.
Erba verde, cielo sereno: solo un bruciacchiato stelo, con parvenze di spine nerastre resta.
Il vento ha spazzato il doppio, cerebrale trigramma.
Ho già in agenda l’appunto inderogabile, un appuntamento dove il mondo finisce.
“Io penetro nei Misteri di Ermopolis, poichè lo psicopompo non ha nulla da obiettare.”
Questo, fratelli, non è un canto di bisogno.
Partenza meta-cosmica dell’acqua intellettuale attraverso le sfere, giù verso il diamante trasmutatore; per rendere percepibile la luce nella luce con il già a lungo decantato processo cromatico.
Talvolta, nel corso dei miei inesistenti giorni, il quieto silenzio che alberga nella solare grotta del mio cuore viene interrotto da messaggi chiari e forti: “io-io-io, io l’Uomo-Bafometto, io il cranio dorato dell’Ariete pre-vedico, “Io” e non “Mio”, io “Quello” che sorseggia l’acqua salina dalla Quercia Cava, canticchiando folli ed incomprensibili motivetti; domani è il solstizio: cinguetta la tua luminosa uscita dalla caverna del lunghissimo, oscuro buio di morte/vita.”
Interessantissimi strati geologici, ossia pareti dell’utero di roccia: io non partecipo alla mia genesi ma SONO la mia genesi. Sono il mostro urlante, rinato nel sole /padre, che diventa un bel signore dei boschi mentre l’ariete/capricorno/bambino idrocefalo/bellissimo conduttore d’anime mi dona, indicandomi finalmente un sentiero IN DISCESA, l’agognata via alla foresta, polimorfa verde Madre Adottiva.
Per tornare ad un’immagine/forma/idea già espressa, non bisogna considerare troppo negativamente la presenza di ombre danzanti nella grotta, dipartentesi dal tunnel sud. E’ perfettamente luciferico: anche la luce ha la sua ombra, per un occhio non avvezzo all’incredibile.
Il punto è saper evitare i cumuli. Quindi una strada sottile, una strada che possa fluire fin dentro il pilastro centrale, sfruttando la ramificazione.
La rosa si è dovuta sacrificare ma è non stata sacrificata.
Non sfugge a nessuno che essa è il sacrificio, l’effetto del sacrificio, il sacrificato e il sacrificatore.
E’ la nostra sublime figurata immagine interna, mangiata e risputata, un nulla che contiene tutto il nostro essere.
Figlio della Terra, Poeta, canta il tuo inno melodioso! Non hai temuto le fatiche antelucane, perchè temerle ora che il sole è sorto? Guarda: la foresta è satura di luce, di suoni. I suoi profumi d’ombra e di muschio sembrano chiamarti… Non resistere, non puoi.
E poi c’è quel ruscello d’Acqua/Madre, che devi assolutamente trovare! Sì, è l’unica medicina in grado di curare la tua rossa dama.
Che importa poi se è finzione? Il nostro fervore immaginativo è ciò che crea il mondo, checchè ne dicano i circuiti pseudo-cerebrali dei bassi, ulici individui.
Ah, ascolta! Il bello del vento è che penetra la luce, ma non può spazzarla via: oh! Infinita Madre di luce, sono proprio le tue ali d’angelo a condurmi laggiù!
Ebbene, vado. Non sarò perfetto, ma di certo ho saputo ascoltare.
Fine Dicembre 2007
4 Novembre (al tramonto)
4 Novembre (al tramonto)
Quelle soffiature rosa non son pennellate,
eppur son colore; non son state soffiate,
eppur son amore. Ma le defunte schiere
già avanzan nel mese immoto,
e le rosee messi dureran poco.
Un rintocco, fioco.
E son sparite nel buio, e nel vuoto.
2006
Esercizio di metafisica - 5
Nessuna forma precisa, assoluta libertà di movimento spazio-temporale, concettuale, immaginifico: la struttura degli esercizi di metafisica, di cui riporto qui il quinto esempio, è in realtà inesistente, comprendendo ogni possibile ramificazione, ed una crescita impossibile da guidare consciamente e razionalmente.
I sensi cessano soltanto per prendere una diversa natura, non più sottoposti alle costrizioni mentali, essi possono descrivere un determinato avvenimento spirituale, scaturito dalla profonda meditazione e dalla cessazione della normale attività corporea, con l’assoluta contemporaneità con la quale tali avvenimenti solitamente si presentano alla chiarificata coscienza visiva del ricercatore.
Qui la comprensione è resa complessa anche da un linguaggio immediato eppur enigmatico; eppure, l’assoluta libertà da ogni schema è possibile in quanto descrizione delle caratteristiche di un mondo sovra-mentale, e dei necessari passi che si compiono per addentrarsi in esso, senza fretta.
Il nostro corpo, mummificato eppur attendente il risveglio intellettuale, dorme nella caverna della rigenerazione… Il bulbo del Fiore pulsa nella volta sopra il giaciglio di pietra… L’uscita nord è resa complessa dalle stalattiti e dalle stalagmiti… Dall’uscita sud entrano balenando le ombre degli oggetti esterni… Un gioiello verde poggiato sul petto pulsa debolmente d’una luce sopita….
Esercizio di Metafisica - 5
Campa Smeraldo che l’Erba (per Te, in Te, con Te…) cresce.
E’ la cresta della Schiena - Shivaitica, canapa cacciata dall’occidente incravattato.
Radici di FIORE/IDEA (scurissima KEMI) verso il “sotto” & propaggini di verde ENERGIA verso il “sopra” a completamento dei due emisferi, ovvero l’ex bulbo ora EMBRIONE.
Indispensabile comprensione dopo il mio
HATHA - YOGA preliminare.
Profondissimo PLONF! tuffo piovoso che prelude a:
sentiero dal fiore alla foresta o tunnel SUD = vigliaccherie.
Verde vortice nell’ano, fulmine nel foro occipitale…
Noi non prendiamo comode scorciatoie.
Maggio 2007
“No” - (esercizio di metafisica zero)
Osserviamo ora il principio precedente all’Uno che applica al testo la sua influenza onnicomprensiva. Questo è uno dei componimenti che più ha segnato la mia esperienza artistica, senz’alcun dubbio: aver avuto a che fare con esso mi ha certamento reso in grado di comprendere l’origine di tutti i versi che compongono l’ultima raccolta, la quale prende il nome, appunto, dalla prima strofa dell’ esercizio “zero”.
A differenza degli altri “Esercizi”, quello pubblicato qui di seguito non deriva dalla traduzione in lettere e simboli umani di un’esperienza sovra-mentale, ma dall’intuizione diretta del principio pre-cosmico priva di qualsivoglia filtrazione, condotta verso la carta da una volontà superiore, che rende il poeta semplice strumento di registrazione. La volontà dello scrittore affiora soltanto per descrivere la sua impotenza, nonché l’ordine avuto di esplicare i concetti in forma prevalentemente pura, per quanto possibile, viste le limitazioni cui è soggetto. L’”ipnotismo” di cui si parla è coscientemente cercato, proprio per mettersi in condizione di fungere da strumento.
In questa sede la negazione assoluta esplica se stessa con parole elaborate per suscitare reazioni metafisiche nel sistema di rapporti spazio-temporali della mente del lettore. “No” ha una volontà propria il cui fine è il vuoto metafisico precedente ogni dialettica, ogni realtà ed ogni stato di manifestazione, precedente anche alla stessa divinità. Il suo potere è quello di rifiutarsi di partorire l’universo, anche se in realtà la creazione sussiste in forza del puro distaccamento, con la volontà dell’astrazione pura, del controllo inanimato da parte del vuoto di ogni forma di vita.
Prima di ogni cosa vi è lo stato di completo annullamento, il reame dell’estinzione chiusa e penetrabile solo da chi sappia negare tutto il suo essere davanti alla terribile certezza che le cause e gli effetti non sono che un’illusione oltre la quale, passando attraverso tutti gli stati (e gli strati) dell’essere si giunge all’infinito (e finito, in quanto mai esistito) “non-essere”, il cui dono consiste appunto nella distruzione stessa della consapevolezza e della volontà nell’eterno oblio del mare delle possibilità, uno spettro universale la cui sede finale è dovunque ed in nessun luogo.
NO (Esercizio di metafisica zero)
“Un fulmine attraversa il cerchio”
Giacchè “No” è ciò da cui nasce quest’universo e il prossimo e nessuno, proprio QUELLA Folgore/Monosillabo, il contrario di se stesso, mi vidi costretto da forze di natura REALMENTE superiore, in un banalissimo “ieridomani”, a descrivere, con le capacità rimaste intatte e tralasciando i miei soliti minimi squallidi orpelli quanto necessariamente segue:
Ipnotica arresa alla Provvidenziale Volontà
Fatalità invece tu sei “Forse” ed il “Sì” della Natura - per ora non entra - qui.
Oltre & Prima, “No” è il “Non - Perchè”
nemmeno “Io o Tu” - poichè l’essere è incalcolabilmente sotto - l’astrazione
ipoteticamente paragonabile ad una relativissima contingenza
e “vade retro” al demone dialettico con questa COMPLETA CANCELLAZIONE.
“No” eguale a TUTTO & NIENTE
cioè
Eterna-Mente
procedendo e
respirando animando
lo spettro universale
cioè
il vuoto
esiste.

