Ritorno

Posted in poesia on 3 Giugno 2009 by fabiotodeschini

Dubito che abbiate sentito la mia mancanza, comunque, oggi per voi pubblico:

 

 

La cavalcata delle chimere

 

 

Incontravo un amico / che non vedo da tanti, tanti anni, /

in un istante di silenziosa saetta / saldato all’ara remota /

della riunione. / Mentre gustavo arrotolati spiriti di gloria /

nell’arcade simposio dei nostri cuori silvani. /

Temo un sogno.

 

Non ero invisibile e la mia voce di sonore cromatiche liscive /

era udita dall’assemblea plenaria degli uomini, /

non sovrastava il coro comune / del miglior talento. /

Benèfici Immortali / conoscevano il mio nome.

Un sogno, temo.

 

Vergati i miei successi calliopei / sulla lavorata carne d’alberi quotidiani, /

sorridevo / senza galleggiare nell’acqua amara /

l’asprezza dell’aceto che dovrebbe sciogliere le ruggini /

nei lobi martoriati dall’insensato potere /

Temo un sogno.

 

Camminavo senza fastidio pur non essendo solo /

nulla ho poi lasciato inconcluso /

per la forza per la volontà per il merito /

una considerazione più che una glossa marginale, /

non più acquosi occhi frantumati dal rossore incompatibile. /

Soddisfacevo tutto il bisogno del mondo. /

Un sogno, temo.

 

Avevo bruciato l’innominabile triade /

stupido-ignorante-volgare. /

Iniezioni di tracce sublimi, / boschi cristallizzati e spiagge di profonde sensibilità. /

Non mi accorgevo del fetore degli uomini / non c’è questo fetore, /

volatilizzato nelle chiarezze dorate dell’arte degli occhi /

non mi parevano più interessati ad una Moneta-Tetto /

più che alla polimorfa unica universale vita. /

Temo un sogno.

 

Infilzavo rimorsi / a cavallo del mio stesso benigno furore, /

non c’erano più fatue chincaglierie / simili ad acuti antagonisti /

germi velenosi sottilissimi mostri chimere / dette illusioni; /

bruciavo tutto in un fuoco di terra / scivolavo via con la pioggia nei canali di scolo /

finalmente tersi ed incantati. /

Un sogno, temo.

 

Potevo ascoltare una sciocchezza senza fremere /

d’ineguagliabile siccità, / stringere gli occhi in un solipsismo superbo di diversità; /

non corrugavo la fronte / non attendevo al passo d’alta quota /

che il mio nemico passasse per poi colpirlo. /

Ero una cascata, non uno stagno. /

Temo un sogno.

 

Ombre, porte aperte e singulti /

questi segni poco scolastici / meglio un Artemidoro o esegesi junghiana, /

mischiato a questi segni io stesso segno /

senza più sogni, caro Cleone. /

Mi chiamavano signor Todeschini, mister Theodosic, monsieur “Que sais-je?” /

Un sogno, temo.

 

Sempre tutti intorno a me / danza dell’obelisco /

Zenone, Valerio, Riccardo di Mendes, Riccardo Cuore-di-Capro /

l’Uomo-che-è-lì-per-caso, cioè Enrico il Vero… /

Insomma confraternita assolutamente completa e globale, /

un universo idealmente costruito / niente decapitazioni, niente trofei, nessuno strappa le erbacce… /

Gocce di sangue bollente, gocce nel foglio /

Temo un sogno.

 

Cosmopolitamente inneggiando alla bandiera tra le fiamme /

non ad una Fiamma-Bandiera. /

Suole consumate, sempre dimesso / un’anima rastremata /

cuore sempre danzante, sempre eccitato… /

Un’icona viva, elettrizzata, resa forte e dinamica /

dal passato cioè tutti i pioli della scala Presente; /

non più bloccato ormai, non ricordo, non pittura di veleno /

Un sogno, temo.

 

Non “estremità”, non “solo” né ameno /

contemplazione d’eburneo, fine volto… Attendevo. /

Non uno rompeva il silenzio; / riunito in aureo coro /

ero davvero aedo tra gli aedi, / non carme tra filastrocche;  /

potevo non nutrir il ventre, nessun bisogno… /

Temo un sogno.

 

Camminavo nella brezza, radiose mi accoglievano /

tutte le essenze / pietanze /

serali lumi, lanterne coronate d’edera. /

Uomo completo nella Camera del Mezzo /

nutrito dei Sali boschivi, /

restaurando il legame la fune  l’antica consulenza… /

La scienza, il cielo. /

Un sogno, temo.

 

Una libellula gigantesca, elettrica, cornea, potente come tutti gli oceani le procelle /

si alza dallo stagno immobile, quieto, /

dalla verde, psichica zuppa si alza e vola /

via / via / via /

 

Mi risveglio nel sogno di essere me stesso.

 

 

 

 

3 Giugno 2009

Una poesia per chi non vede soltanto un’aurora…

Posted in poesia on 20 Aprile 2009 by fabiotodeschini

Con quale pelle?

 

 

Con quale pelle di luce sciacquata,

vibrando colpi di silenzio

a grigiastre farabutte nubi,

ti mostri oggi, nel giorno della luna,

o Alba?

Piano.

Attendiamo.

Quale verbo schiude questo portentoso reticolo?

Una forma poetica, lettere di dive nubi

adorate da un delirante, vecchio scalzo…

Espiro attimi…

Silenzio.

Con quale volto di primordio

ti mostri oggi,

è un’identità che forse si potrebbe scrivere.

Un ufficio poetico, cratere sfavillante

nel cielo orientale,

comporre l’Identificazione;

o Alba del mio Sentimento!

Subito divento divinità arcana.

Scivolo via dai volti amati,

vivo nelle occhiate sfuggenti,

nei pensieri notturni…

E lascio intonsa la Tua Carta,

Alba.

 

 

20 Aprile 2009

           

Oriens

Posted in poesia on 1 Aprile 2009 by fabiotodeschini

Non ho fame

Ho voglia di ricordare i miei sogni

Palafitte al tramonto d’immense distese placide

Acqua

Giunchi di Madre Oriente Ieri

Intonando nenie quasi solenni

Euforiche poesie di corpi mattino

Richiesto dall’albatros

Non ho fame - Penso

La notte che mangia i pensieri

Sciolto nello scricchiolio di sandali

Giunchi

Giallo tepore levante

Alba di spine dorsali

Ah!

Così quiete

Utilizzo i miei sogni, è tutto qui, sai, il mio lavoro di poeta

Giunca silenziosamente scende canali immobili

Nel giallastro sorriso

Categorica palafitta nel cuore

Delle civiltà remote

 

 

1 Aprile 2009

Lirica invernale

Posted in poesia on 19 Febbraio 2009 by fabiotodeschini

Sospirare in una mattinata d’inverno

Soleggiata lontananza azzurra sapore

Stesi nel conato escatologico, una fine rigida

Raggio sarcastico e superbo

Ride di una solitudine diarroica

Ampliando gelo azzurro nel carbonio inchiostro scheletro

Sospiro dell’angolo acquattato a comprendere l’antico

Male d’ Aurora

Interrogativo nascente

I geloni e le screpolature letterarie che impongono

Nuovi amori, Amori sognati

Nell’ elevato grado brunito, le sorprese, le compagnie

Amori e città e sogni

Ecco l’orestica ara tegea, l’Etruria, la Crimea nebbiosa, Ande rarefatte… 

I porti malinconici…

Tutti nel mazzetto di formule magiche, personalissimo mantramanjari

Partire nel sospiro

Ahinoi, il letamaio volgare in cui fummo pasciuti

Schiavi, schiavi di stelle lontane… Pazienti…

Un oscuramento lunare sugli scritti mentali

Ignorati

L’ inganno di un dio giocoliere, un Loki, Joker di corte

Per il silenzio del poeta che è certamente inequivocabilmente

Sospiro ghiaccio solare solitudine

Spirare nella mattinata decisa e stabilita

Perle lacrime immobili ormai

Sospiro dei fogli smarriti, mazzo disperso dal vento

Per ispirare germinando menti migliori.

 

 

 

giovedì 19 Febbraio 2009

…dalle nebbie… ancora…

Posted in poesia on 8 Febbraio 2009 by fabiotodeschini

Un pezzo che mi piace molto. Ce ne sono diversi simili a questo nel LDN, adattati agli utilizzi delle diverse imprese e dei rispettivi stati di esistenza. Il LDN oscilla sempre tra stato cosciente, sovra e sub cosciente, onirico, sovra e sub sensibile… Il punto di vista è continuamente mutato, le prospettive praticamente infinite. Tutto ciò ha una struttura continua che forse un giorno spiegherò.

 

“Spedizioni perse nel nulla, terribili anabasi in territori sabbiosi ed ostili, in giungle intricate, verso remoti luoghi che non saranno mai raggiunti…

Zattere piene di moribondi avventurieri alla deriva in sconosciuti delta… Prigionieri che languiscono in gabbie di bambù, tribù di cannibali, uomini di Neanderthal, uomini – scimmia costruiscono imperi nel cuore di giungle che nessuno potrà mai penetrare…

Scrittori sconosciuti divenuti capi-villaggio incidono le loro parole sulla schiena di ammalati, curandone simbolicamente la lombaggine, drogandosi con decotti di erbe colte durante pleniluni ammantati di sogni ed immagini…

Spedizionieri con le gambe spezzate in fondo a crepacci da cui nessuno sentirà mai le invocazioni d’aiuto… Spezzano capsule di cianuro di potassio tra i molari, facendola finta con il dolore e la solitudine e la completa, cieca indifferenza dei loro dei…

Battelli a vapore semidistrutti, alla deriva verso l’oceano/specchio di tutti i ricordi… Sì, l’oceano ricorda, ricorda molto bene tutta la cronaca delle evoluzioni.

Luci colorate in un mondo primigenio, luci umane, luci di calore solidificatesi in particelle creatrici, capaci di estrarre energie dai semi, dalle bacche, alberi, terra, cielo…

Prendono un the fortissimo seduti intorno ad un falò, osservati da migliaia di occhi spietati nella notte; un vecchio morente racconta storielle picaresche per distrarre le loro giovani menti dalla fine imminente… Dall’implacabile volontà distruttrice della Natura, il suo modo d’amare gli esseri…

Aguzzano la vista indebolita da mille soli i naufraghi della Terra, sperduti su isolotti disabitati, smagriti dalle diete forzate e dal logoramento e dalla solitudine…

Asceti nelle grotte di catene montuose inaccessibili, vivono in uno stato vegetativo – minerale, evitando l’assideramento attraverso tecniche di meditazione che provocano un riscaldamento minimo interno…

I poeti trovano la loro isola felice, fondando una Comunità, la prima comunità solare e perfettamente anarchica…

Vapori mefitici, esalati dai profondi crepacci del suolo, da grotte carsiche, sulfuree, da laghetti sotterranei e dimenticati, mentre il folleggiare degli animali assume una tonalità cataclastica, scintille di zolfi verdi e rossi sprizzano verso un ambiente esterno, dove un coniglio umanoide, imprevedibile e completamente folle balbetta esilarato e demoniaco: “Questo è tutto, amici”.

Inondazioni e smottamenti del terreno, scosse sismiche nelle profondità oceaniche, villaggi spazzati va da pestilenze, mentre gli animali escono dalla foresta per cibarsi dei cadaveri umani e per riprendere il posto di comando nella piramide della vita fisica terrestre…

Nelle abissali profondità marine, pesci d’incubo, animali oscuri fatti di bocche e denti aguzzi, lasciano che fluorescenze chimiche illuminino il percorso verso più neri e profondi orrori…”

 

Secchezza animica

Posted in narrativa, poesia on 31 Gennaio 2009 by fabiotodeschini

Chiedendo previamente venia, pur non avendo intenzioni offensive nei riguardi di chicchessia, pubblico qui un brano del mio Libro delle Nebbie, opera in perenne costruzione temo, che esplica, spero, nel consueto modo simbolico ed intuitivo, atto a risvegliare scintille intellettuali nelle anime, come nel linguaggio quotidiano (spesso rozzamente infarcito e quasi mai realmente ragionato) espressioni apparentemente semplici e molto comuni, nascondano verità ermetiche quasi completamente ignorate dagli umani lingue sciolte che le utilizzano. Buona lettura.

“La ragazza con i capelli rossi (tranquillizzatevi tutte, parliamo d’un sano archetipo, una matrice, ovviamente) si è stancata dell’insulsa nullità intellettuale del collega, ne ha piene le tasche del suo fare insignificante, meno d’un uomo, un individuo talmente grigio, ai suoi occhi, talmente piccolo da meritare di scomparire, da meritare d’essere schiacciato, strappargli via quello scheletro oscuro di carbonio spirituale chiamato esistenza.

Mentre, loro malgrado, stanno lavorando fianco a fianco, ad un certo punto il nervosismo esplode in un’affermazione recisa ed abbondantemente rabbiosa, anche se mascherata sapientemente da un tono discretamente calmo e vagamente ironico.

“Basta! Mi secchi l’anima!”

Il collega sorride timidamente, come per scusarsi, non parla; questo rende ancor più stizzita la ragazza con i capelli rossi che, voltandosi bruscamente, lascia lì il collega e se ne corre via a gran passi, forse per evitare di sfogarsi su di lui percuotendolo.

Io ho raccolto l’atomo scintillante contenente questo episodio, che mi aveva colpito mentre lo osservavo dall’Oltre, solfeggiando i miei motivi cosmici e nebulosi, dondolandomi sulla mia sedia atemporale; poi l’ho mostrato ad alcune entità delle nebbie di cui, con il mio solito buon cuore, riporto testualmente le risposte opportunamente tradotte da immagini santificate in vili lettere, parole e discorsi.

Hermes: “Ascende dalla Terra al Cielo e ridiscende dal Cielo alla Terra, raccogliendo la forza delle cose superiori e delle cose inferiori”.

Eraclito: “Un uomo ubriaco un fanciullo lo guida, il piede gli vacilla e non sa dove mettere il passo: egli ha umida l’anima”.

Un neoplatonico: “Così è… L’anima pura ovvero l’anima intellettuale è quella che, esaurito il suo compito, si separa dalla materia ed esiste come secco splendore, senza ombra o nube: l’umidità costituisce nell’aria una nuvola, la secchezza un secco splendore”.

Il Sole: “L’anima giunge a me dopo esser passata attraverso l’acquea stazione lunare; né io sono la sua meta, giacché la mia energia la sospinge ancor più in alto, verso altre sfere ed altri cieli, dove altre purificazioni l’attendono.”

Il Re Cimmerio (traduttore di nebbie): “Sono passato attraverso l’innominabile Gorgo, dopo le sfere, ridiscendendo come aurea acqua intellettuale che divenne l’energia del fulmine con la quale mi catalizzai nel diamante, dal quale partì il raggio che incendiò la rosa e penetrò nella caverna al di sotto di essa…”

Iside: “Avvolgo maternamente il frutto del mio amore tra le mie braccia, il frutto del mio amore eterno, il Salvatore della fine dei tempi… Egli attende il ritorno del padre, dal fiume della morte, lontano nell’Amenti, sparpagliato nel mondo dalle dee oscure mascherate da Nero Gemello, da Ombra di Morte.

Mio fratello è un dio nero, io sono una dea bianca. Io, sorella, sono una dea nera, lui, fratello, lui, marito, è un dio bianco”.

 

Queste sere

Posted in poesia on 14 Gennaio 2009 by fabiotodeschini
C'è ancora il mio volto in te...?

C'è ancora il mio volto in te...?

Mute voci

alternano saporiti vitigni,

le sere tutte

si applicano solerti a spalle scordate

nell’aprica vallata del ricordo

dall’occhio sileno

zufolando nitro di rugiada

“Mi pensi ancora?”    chiedono

nell’ode sincretica eppur solitaria

“Ho ancora un volto in te?”   e soffrono

questa sera, di pioggia anarchica

assisi

di voci mute, Cariti leggiadre

alteramenti agognando lamenti

energie infanganti balsami eliconii

questa sera

queste sere

quasi come arringhe

di luce

alle acque.

 

14 Gennaio 2009

Il disprezzo

Posted in considerazioni on 26 Dicembre 2008 by fabiotodeschini

Questa volta non posso essere nè poetico nè gradevole, poichè devo esprimere solo il mio disprezzo e la mia volontà, che sarà sempre bellicosa nei confronti di alcuni tra coloro i quali hanno la pretesa di definirsi “scrittori”.

In un’intervista al Corriere della Sera il noto “scrittore” e “fisico” Paolo Giordano ha dichiarato di “non essere un fanatico della natura.” Inoltre, che “mantenerla inalterata non rappresenta il bene supremo. Spesso la scienza con i suoi interventi riesce a migliorarla o a correggerla se necessario”. Per quanto riguarda le cosiddette “leggi naturali”, questo giovane uomo afferma che “non è sufficiente capirle, bisogna comunque tener conto anche dell’uomo e tutto va visto alla luce del beneficio che ne può ricavare (…)”.

Somma presunzione! Somma presunzione di piccoli esseri, talmente piccoli da ritenersi così grandi da pensare che vi siano errori nella Natura cui loro possano porre rimedio!!!

Io sono disgustato da tali affermazioni, per la mia anima prossime alla bestemmia pura e semplice. Uomini del genere sono i responsabii dei mali del mondo, della scomparsa di infinite specie viventi (incluse svariate civiltà del passato, civiltà umane), simili pseudo- scienziati, che hanno l’ardire di chiamarsi “scrittori”, rivolgendo in realtà la loro cosiddetta “arte” ad una massa informe ed ottusa, tipica falange della società occidentale, eserciti della mediocrità,  facendo presa sui suoi sentimenti più bassi, creati esclusivamente dall’uomo dei nostri tempi ad uso, consumo e controllo dei suoi stessi simili, da quest’essere infinitamente egoista che crede di essere al centro dell’universo! Io vi disprezzo!!! Lo voglio ripetere: “IO VI DISPREZZO!!!”

Sappiate, ciechi , ottusi mostri , spiriti ahrimanici egoici, che l’Era volge al termine, la vostra era volge al termine; l’età oscura che avete creato, il Kali Yuga in cui sguazzate volge al termine; non saranno certo le vostre opere, come ingenuamente credete, a rappresentare gli ultimi “raddrizzamenti” previsti prima dell’Ayah avestico, il Metallo Fuso in cui annasperete nella catarsi finale, nell’apocatastasi che darà fine al Manvantara in cui avete avuto la sfortuna di vivere.

Così, considerata la mia magnanimità, pur essendo un poeta e quindi un angelo di Dio, capace di demolire città e bruciare neonati nelle loro culle, ho deciso di darvi una possibilità e condannarvi a vagare tra tutti gli universi racchiusi dalle nostre Nebbie. In uno di questi mondi, se riuscirete a trovarlo, testimonierete manifestandovi con umiltà il vostro errore.

FIAT TENEBRA

Camminando…

Posted in poesia on 6 Dicembre 2008 by fabiotodeschini

Questa l’ho scritta martedì ed è senza pretese, senza titolo, con un cuore sfumato…

…e sarò così edera orfica,

peduncoli stranamente ancorati, immobili

a cantar lodi, olii essenziali

verde di virtù

dionisiache splendenze

punte di lancia aprendo petali di sangue

alle albe

invecchiate

ringiovanendo i manieri

di giorni

di passi

 di gocce

soleggiati pomeriggi crepati

a sentieri stretti

da suoni lievi

che attraverso me

parlavano.

Riflessioni su Guénon e lo Zurvanismo

Posted in considerazioni on 29 Novembre 2008 by fabiotodeschini

Il saggio attribuito a René Guénon intitolato “Il Demiurgo” ed apparso recentemente nel bel volume miscellaneo dell’Adelphi, offre uno spunto di riflessione che ritengo di dover condividere con i lettori di questo blog.

L’ottica tradizionalista ed ortodossa di Guénon è ben conosciuta, basti ricordare che egli stesso ritenne opportuno modificare le sue posizioni nei confronti del Buddhismo (da lui ritenuto inizialmente una mera eresia in seno all’Induismo, la vera dottrina “tradizionale”; eresia che, negando la filiazione ad un Principio divino ed archetipo, si traduceva in mera anarchia generalizzata) soltanto a pochi anni dalla sua morte, dopo la conoscenza dei lavori  dell’induista Coomaraswami e il contatto epistolare con Evola.

Tuttavia, nonostante queste premesse (che non sono certamente tese a sminuire il lavoro di uno dei più grandi studiosi del secolo scorso; infatti, la mia matrice di assoluta tolleranza si evince chiaramente dalla pubblicazione di un articolo, poco tempo fa, su Rudolf Steiner, le cui tesi, unite più in generale a quelle teosofiche o comunque spiritualiste, erano sovente bersaglio degli strali del Nostro), nel saggio sopra citato, in cui il problema di fondo della filosofia e soprattutto della religione (“Se esiste Dio, perchè esiste il Male?) è affrontato in un’ottica essenzialmente gnostica, cioè con l’introduzione di una divinità creatrice della materia (il Demiurgo, appunto, termine usato inizialmente da Platone nel suo “Timeo”) responsabile della corruzione del mondo, si legge un’affermazione piuttosto sorprendente se attribuita al seguace della metafisica pura (ironia della sorte! “Metafisica” per Aristotele, non significava altro che la denominazione dei libri che seguivano la sua “Fisica”, alla quale l’uomo, eccelso animale, ha poi attribuito un valore incredibilmente più espanso. Verrebbe da rispondere con le parole di Mefistofele: “I pazzi non arriveranno mai a capire  quanto la fortuna si associ al merito…”) e la cito qui testualmente dalla suddetta edizione:

(…) “Del resto, molte dottrine  ritenute di solito dualiste non lo sono che in apparenza; nel Manicheismo come nella religione di Zoroastro il dualismo non era che una dottrina puramente essoterica, la quale celava la vera dottrina esoterica dell’unità: Ormuzd e Ahriman sono generati entrambi da Zervané – Akérené, e devono fondersi in lui alla fine dei tempi.”

Come interpretare questa improvvisa propensione all’eresia Manichea o, più precisamente, giacché pare qui che Guénon faccia un po’ di confusione tra le due correnti, Zurvanistica (eresia nata in seno al Mazdeismo prima della riforma di Zarathustra, causata dall’introduzione, da parte della casta sacerdotale dei Magi, di un principio superiore sia ad Ahura Mazdah sia ad Ahriman, e cioè Zrvan Akrana, “tempo indefinito”, dilatazione del concetto avestico di tempo indefinito, con cui Kant andrebbe a nozze)? Non sarebbe stato più corretto accettare semplicemente il Mazdeismo autentico (quello cioè successivo alla riforma del Profeta Zarathustra) da parte di un devoto alla Tradizione Primordiale? Non sarebbe corretto pensare che un uomo dell’intelligenza e della cultura di Guénon fosse certamente al corrente del fatto che il Mazdeismo era un monoteismo ASSOLUTO (come la religione che lo seguì e dalla quale fu sbaragliato, l’Islam) e che il concetto di “Cattiva Mente” (Angra Mainyu) non potesse essere contestualizzato  a livello ipostatico di reale manifestazione del Male?

Lascio aperte queste domande (con le dovute riserve sull’attribuzione del saggio di cui si discute) in modo tale che chiunque sia interessato alla questione possa rispondere e chiarire queste riflessioni che, lo ripeto, non vogliono essere fonte di dubbio o polemica, ma soltanto di approfondimento.

FT