Incertezza…
Tra qualche giorno pubblicherò uno dei miei nuovi componimenti ma, per il momento, sento il bisogno di esternare, anche se non ho idea di chi potrà mai accorgersene, un’incertezza che mi ha colto nel momento in cui ho iniziato la composizione di un’opera la quale, ora lo capisco, potrebbe impegnare molto più tempo del previsto, addirittura potrebbe non bastarmi la vita per comporla, nè quella d’altri.
Queste parole sono alla vista del mondo intero, e spero che un’anima misericordiosa le legga e provi non dico pietà, ma almeno comprensione per me…
Dovrebbe essere il “Libro delle nebbie” o il “Libro della nebbia”… Ma ora mi accorgo che potrebbero in realtà essere i “Libri delle nebbie”; senza fine. E’ certamente quel libro dannato di cui sono sempre andato alla ricerca durante tutti i miei anni passati tra i gorghi di Dite, senza mai trovarlo, in quanto non l’ho mai cercato nel luogo più semplice, più vicino, nel santuario del mio cuore.
Le più grandi opere nascono spesso da un trauma, da una rottura. O da un’esperienza metafisica così intensa da invadere completamente l’anima di spirito, distaccandola dal corpo per trasportarla in reami straordinari, per poi riaccostarla al fisico materiale così purificata da cambiare per sempre l’esistenza. Prendete “Mattina” di Ungaretti, la sua poesia più breve e più famosa. Il soldato si sveglia all’alba, in un campo coperto di brina, i suoni della battaglia sono lontani, lui è salvo, per il momento. Le montagne, i vapori che salgono dalla terra, l’erba, il ghiaccio, il cielo grigio antelucano, gli alberi: tutto è splendidamente impassibile davanti al suo estremo divenire, alla sua caducità, alla sua misera condizione di essere umano e votato alla distruzione più d’altri, come soldato. Ma quando sorge la luce, la bellezza dell’eternità lo colpisce con i suoi raggi benefici; egli comprende che essa preesiste ad ogni miseria umana, l’immensità lo illumina con il suo potere e con la sua forza…
Temo che non uscirò da questo dedalo di nebbia…
Forse mai più…
A chi leggerà queste righe dico solo: come tutti miei fratelli, ho cercato di rubare il fuoco.
F.T.
4 Novembre (al tramonto)
4 Novembre (al tramonto)
Quelle soffiature rosa non son pennellate,
eppur son colore; non son state soffiate,
eppur son amore. Ma le defunte schiere
già avanzan nel mese immoto,
e le rosee messi dureran poco.
Un rintocco, fioco.
E son sparite nel buio, e nel vuoto.
2006
Esercizio di metafisica - 5
Nessuna forma precisa, assoluta libertà di movimento spazio-temporale, concettuale, immaginifico: la struttura degli esercizi di metafisica, di cui riporto qui il quinto esempio, è in realtà inesistente, comprendendo ogni possibile ramificazione, ed una crescita impossibile da guidare consciamente e razionalmente.
I sensi cessano soltanto per prendere una diversa natura, non più sottoposti alle costrizioni mentali, essi possono descrivere un determinato avvenimento spirituale, scaturito dalla profonda meditazione e dalla cessazione della normale attività corporea, con l’assoluta contemporaneità con la quale tali avvenimenti solitamente si presentano alla chiarificata coscienza visiva del ricercatore.
Qui la comprensione è resa complessa anche da un linguaggio immediato eppur enigmatico; eppure, l’assoluta libertà da ogni schema è possibile in quanto descrizione delle caratteristiche di un mondo sovra-mentale, e dei necessari passi che si compiono per addentrarsi in esso, senza fretta.
Il nostro corpo, mummificato eppur attendente il risveglio intellettuale, dorme nella caverna della rigenerazione… Il bulbo del Fiore pulsa nella volta sopra il giaciglio di pietra… L’uscita nord è resa complessa dalle stalattiti e dalle stalagmiti… Dall’uscita sud entrano balenando le ombre degli oggetti esterni… Un gioiello verde poggiato sul petto pulsa debolmente d’una luce sopita….
Esercizio di Metafisica - 5
Campa Smeraldo che l’Erba (per Te, in Te, con Te…) cresce.
E’ la cresta della Schiena - Shivaitica, canapa cacciata dall’occidente incravattato.
Radici di FIORE/IDEA (scurissima KEMI) verso il “sotto” & propaggini di verde ENERGIA verso il “sopra” a completamento dei due emisferi, ovvero l’ex bulbo ora EMBRIONE.
Indispensabile comprensione dopo il mio
HATHA - YOGA preliminare.
Profondissimo PLONF! tuffo piovoso che prelude a:
sentiero dal fiore alla foresta o tunnel SUD = vigliaccherie.
Verde vortice nell’ano, fulmine nel foro occipitale…
Noi non prendiamo comode scorciatoie.
Maggio 2007
“No” - (esercizio di metafisica zero)
Osserviamo ora il principio precedente all’Uno che applica al testo la sua influenza onnicomprensiva. Questo è uno dei componimenti che più ha segnato la mia esperienza artistica, senz’alcun dubbio: aver avuto a che fare con esso mi ha certamento reso in grado di comprendere l’origine di tutti i versi che compongono l’ultima raccolta, la quale prende il nome, appunto, dalla prima strofa dell’ esercizio “zero”.
A differenza degli altri “Esercizi”, quello pubblicato qui di seguito non deriva dalla traduzione in lettere e simboli umani di un’esperienza sovra-mentale, ma dall’intuizione diretta del principio pre-cosmico priva di qualsivoglia filtrazione, condotta verso la carta da una volontà superiore, che rende il poeta semplice strumento di registrazione. La volontà dello scrittore affiora soltanto per descrivere la sua impotenza, nonché l’ordine avuto di esplicare i concetti in forma prevalentemente pura, per quanto possibile, viste le limitazioni cui è soggetto. L’”ipnotismo” di cui si parla è coscientemente cercato, proprio per mettersi in condizione di fungere da strumento.
In questa sede la negazione assoluta esplica se stessa con parole elaborate per suscitare reazioni metafisiche nel sistema di rapporti spazio-temporali della mente del lettore. “No” ha una volontà propria il cui fine è il vuoto metafisico precedente ogni dialettica, ogni realtà ed ogni stato di manifestazione, precedente anche alla stessa divinità. Il suo potere è quello di rifiutarsi di partorire l’universo, anche se in realtà la creazione sussiste in forza del puro distaccamento, con la volontà dell’astrazione pura, del controllo inanimato da parte del vuoto di ogni forma di vita.
Prima di ogni cosa vi è lo stato di completo annullamento, il reame dell’estinzione chiusa e penetrabile solo da chi sappia negare tutto il suo essere davanti alla terribile certezza che le cause e gli effetti non sono che un’illusione oltre la quale, passando attraverso tutti gli stati (e gli strati) dell’essere si giunge all’infinito (e finito, in quanto mai esistito) “non-essere”, il cui dono consiste appunto nella distruzione stessa della consapevolezza e della volontà nell’eterno oblio del mare delle possibilità, uno spettro universale la cui sede finale è dovunque ed in nessun luogo.
NO (Esercizio di metafisica zero)
“Un fulmine attraversa il cerchio”
Giacchè “No” è ciò da cui nasce quest’universo e il prossimo e nessuno, proprio QUELLA Folgore/Monosillabo, il contrario di se stesso, mi vidi costretto da forze di natura REALMENTE superiore, in un banalissimo “ieridomani”, a descrivere, con le capacità rimaste intatte e tralasciando i miei soliti minimi squallidi orpelli quanto necessariamente segue:
Ipnotica arresa alla Provvidenziale Volontà
Fatalità invece tu sei “Forse” ed il “Sì” della Natura - per ora non entra - qui.
Oltre & Prima, “No” è il “Non - Perchè”
nemmeno “Io o Tu” - poichè l’essere è incalcolabilmente sotto - l’astrazione
ipoteticamente paragonabile ad una relativissima contingenza
e “vade retro” al demone dialettico con questa COMPLETA CANCELLAZIONE.
“No” eguale a TUTTO & NIENTE
cioè
Eterna-Mente
procedendo e
respirando animando
lo spettro universale
cioè
il vuoto
esiste.
Una considerazione…
Lieto per il procedere di un importante documento che sto redigendo, concedo a me e a tutti i praticanti di magia e gli scribi e i poeti una piccola considerazione vagamente elogiativa, se non per altri almeno per quei praticanti della nostra arte che compiono i loro incantesimi nel rispetto eterno della Musa…
In sanscrito “poeta” è KAVI, dalla radice KU-, cioè”vedere”. Perciò il poeta è “colui che vede” cioè il Veggente, il Saggio. Anche alle origini dell’organizzazione sociale, benchè posteriormente all’atlantica perfezione, il posto del vero poeta era ben definito, e la sua funzione “ierofantica”, cioè di colui che realmente “mostra le cose sacre”, era inserita in un contesto che non poteva assolutamente fare a meno della sua presenza.
Aggiunta a “Visita di uno spirito” (Il Nero Perfetto)
Riporto ora alcune considerazioni riguardanti l’ultimo verso della poesia pubblicata ieri, quello in cui viene nominato il “nero perfetto”. Essendo tale concetto in perfetta sintonia con il tema degli ultimi componimenti pubblicati, ritengo opportuno fare un breve excursus su di esso.
Nella “Kore Kosmou”, trattato ermetico d’epoca alessandrina come molti altri testi del “Corpus Hermeticum”, si legge che Kamephis, il primo sacerdote a ricevere la Gnosi (cioè l’egiziano Kneph, il pre padre, il dio ingenerato o “il Padre di sua Madre”) trasmise la Gnosi ad Iside quando la gratificò del “Nero Perfetto”. E in Plutarco, “De iside et Osiride”, si legge che “l’Egitto, che ha una terra assolutamente nera, come il nero dell’occhio, è chiamato Chemi.”
Il “Nero Perfetto” è dunque la terra d’Egitto, particolarmente fertile nei pressi del Delta, ed Iside la divinità della fertilità a cui è assegnato tale territorio. Naturalmente, per esteso, la dottrina implicita nel logos del CH è lo studio e la trasmissione dell’Arte Sacra, l’Alchimia; attraverso l’interpretazione dei monumenti funerari e dei geroglifici sacri da parte della casta sacerdotale cui, secondo una gerarchia cosmogonica iniziante dall’Increato fino alle sue emanazioni ed infine ai suoi sacerdoti e grandi iniziati (Ermete, Agatodemone, Tat), tramanda i segreti della vita e della nascita a partire dal Caos, la più fertile delle terre, in quanto accogliente in sè ogni possibilità di generazione futura. Essa è propriamente la più efficace rappresentazione terrena della “Dea Madre”, anche se non è mia intenzione iniziare in questa sede, per ragioni di spazio, un discorso che veda contrapposti od assimilati termini come “caos” e “natura”.
Questa materia prima di cui si discuteva è propriamente il segreto di tutta l’arte alchemica: la sua ricerca continua e le indicibili fatiche del ricercatore per lavarla, sublimarla e distillarla sono i gradini della scala che conduce al raggiungimento della Grande Opera.
Va da sè che tale procedimento è applicabile ad ogni realtà ed in ogni realtà, sia essa microcosmica o macrocosmica, corporea, animica o spirituale.
“Visita di uno spirito”
Pubblico qui di seguito un componimento semplice e lineare, un Canto Esterno, che è comunque assai esplicativo dell’attività percettiva che si sviluppa nel ricercatore durante il tirocinio nel reame dello spirito, e che entra in funzione seguendo regole e cicli sovra - reali, non rispondendo a nessuna legge temporale o spaziale, nè tanto meno ad una volontà razionale sovrimposta, per quanto tale azione sia applicabile ai livelli iniziatici più alti.
Letto il commento su “Le Gemelle del Caos”, mi accingo dunque ad ottemperare alla richiesta di una carissima amica che conosce il mio lavoro, ricordando che il contatto con un’entità spirituale può risultare oscuro, in quanto momentanea incarnazione di un principio che, seppur metafisico, compare al poeta come la rappresentazione di forze ctonie, maligne e difficilmente controllabili.
Nel caso in questione, mi trovavo ad una mostra (del tutto deserta) di disegni di Klossowski, illustrazioni per il suo “Il Bafometto”, opera interessantissima di un talento tanto maledetto quanto geniale; completamente solo dunque, ricevetti improvvisamente una
“Visita di uno spirito”
Mosca dal ventre blu elettrico, lentiggine di Belzebù, spirito di Baphomet, grossa lacrima di Cronos, tu sì che conosci i meandri della materia!
Ti posi sul mio vambraccio sinistro e subito noto un fremito di magia nera.
Mi parli, comunichi alla mia anima; come mai parli francese? Raso algido, una droga perfettamente in grado di trasportarti, intatto e fin troppo lucido, nel ventre del Nero, il mostro, la materia.
Se fossi un folle antico divinerei i miracoli della morte grazie a te. Sei la cupa, sinistra voce d’un incubo. Un pensiero muto, una dialettica inesistente: dovresti essere pura per questo, ma sei puramente maligna. E, non scordiamolo, vivi di nulla.
Ti amo così come sei, monaca fredda, sporca e perversa, stillando sangue nero e lucente dai peli metallici; sai essere silenziosa, poichè il tuo alfabeto è così terrificante che una sola lettera farebbe impazzire l’intera umanità.
Ami orrendamente, nel bianco blu viola giallino larvale della tua palingenesi continua. Eternità, fatti in là, arriva un araldo sordo ad ogni preghiera, il cui sguardo frammentato capta ogni sfaccettatura dell’animo umano, tutte le paure, i rimorsi, la lascivia, le vergogne più inconfessabili.
Mi siedo per ammirare meglio le sfumature infantili dello spretato e medito.
Sì, tu hai visto il Nero Perfetto.
23 Febbraio 2007, alla mostra “Il Bafometto”
“Le Gemelle del Caos”
Chiamo “Le Gemelle del Caos” due poesie parallelle e complementari, scritte con intenti, lo ammetto apertamente, in gran misura polemici, ma anche, potremmo dire, didattici. La critica, a cui i due espliciti titoli fanno riferimento, è rivolta in particolare a coloro i quali hanno la malsana intenzione di divulgare una presunta filosofia e fede nel CAOS, come principio primo pre-cosmico, e l’opposizione ad ogni religione creazionista.
Mi riferisco nello specifico all’ MLO (Misanthropic Luciferian Order), ma anche in altre organizzazioni ho potuto constatare la presenza di tali assurdità. La seconda poesia, che critica i disprezzatori invece, potrebbe a prima vista sembrare antitetica, mentre in realtà ne è la spiegazione, l’integrazione ed il completamento.
Lo stile, tendente all’imitazione dell’italiano arcaico, è scientemente architettato per sottolineare, tra gli altri motivi, l’importanza dell’argomento. La forma fluisce liberamente ma è tenuta sotto controllo, senza discostarsi dall’intento che si prefigge al momento della sua nascita.
Ricordiamoci dell’”Invariabile Mezzo” della dottrina tradizionale. Il caos non può essere adorato nè essere disprezzato: non può essere adorato perchè è “niente” (nel senso che è ancora privo di scintilla divina); non può essere disprezzato perchè quel nulla, in realtà, contiene, almeno in potenzialità, il tutto.
In sostanza, l’adorazione del caos è una palese assurdità metafisica.
Contro alcuni adoratori del caos…
(2005)
Era oscuro, e ribolliva, non pensava, e non sentiva; a qual lode de’creatura assurgo, ove non v’è Creator, Artefice, Demiurgo?Ma il Mai Nato già osservar soleva l’informe massa che nome non aveva. Deh! Folgore di Diamante, del Momento Zero!Qual’arte modellante di cui esser tanto fiero…Ma Costui esser può solamente, e chi adora il limo, e non la pianta, fugge il Primo, occhi chiude a Luce Santa. A che pro dunque adorarlo, il Caos? Gaudio maggior v’è in lode ad Eos, Aurora Nascente, Grande Mente che in verità se stessa sente. Non da la Materia Prima, ma da sua fermentazion s’avanza la Fiamma che sublima e d’umana fattezza purga corruzion. Spirto Divin, com’onda che pilota ogni cor, or più forte, or più lieve, col soffio evapora tal catrame greve, e de’rinascita e generazion fé sua rota. Dunque non fu il corpo in principio creato, ma ciò che vive in esso, argenteo iniettato, che fé l’uomo eroe, e po’ Demone del Sopra Stato. Oh Ragion! Oh Intelletto! A salvar anime degne v’invoco! Suprema Sophia dal bianco e po’ dal rosso foco nasce, ahimè! Sol s’embriona nel buio fioco. La formazion de’corpo umano, come quea de’cosmo non fu error né malvagio intento: le antiche razze de i semidei ne son conferma, e portento. La nera fiamma de l’avverso al Mazdeo, la onoro quanto lodo il crudel dio d’ebreo; in esto loco inoltre pongo: mai fui troppo manicheo. No…Ecco! L’Astro Prisco, Luce e Vita l’Assoluta Creazion, e nulla di fosco io lodo, e’l verso mio è perpetua salita. Quell’intermedio color, giallo e rosso, che non è bianco, o nero di fosso.Invariabil Mezzo, Gnosi Divina: o Lettor, dimmi tu, può giunger intuizion da dove non v’è vita, ma disordinazion? Nel fango, ove piango, sboccia seme e poi fusto, ramo, albero e frutto: la Perfezion, signori, non la vedrete che nel Tutto. E’l pomo poi alla mota ricade, e muore,e a nuovo germoglio ridiventa, colpito da strale, gioviale ed intriso, e ciò, signori, è eterno ciclo. Perché dunque, mi chiedo, fermarsi al principio?
Contro alcuni disprezzatori del caos…
(2007)
Piglia un bel vaso, e pensa al Cornuto, Capro di terra, priapesco e benvenuto,umor sabbatico, alla fessura in cui credi, pensa al limo, all’oscuro; pensa a Kemi. Non v’è stelo, foglia o fiore che non muoia senza vaso, terra e amore; peggio ancora: nella corrente del mutamento non v’è, semplicemente, possibilità d’intento,e l’occasion è presto sprecata, se intorno alla dea lunare non vien danzata. È il miglior inizio, e su questo insisto, un sano, genuino satanismo, in cui ogni forma de la materia prima sia esaminato, privo d’ogni sofismo, ed ogni corrispondenza cum sorore sua collima. Apollo e Diana copulano sulla croce arcana, e ‘l vaso di terra, in forma di cavo altare li sostiene; e d’ogni trasformazion gran fiumana diviene; primievo crogiolo da cui libare. Perciò perché sine cognizion desprezzare quel ch’ogni cosa fa al ciel presto o tardi andare? Solo un ammonimento darò a questi gran blasfemi: non qui ve dovrete fermar, Fratello, più avanti vieni. Ner’acqua che tutto sostieni, tetra Tetide che ‘l mondo disseti, quanti uomini, o forse cristiani, sputano fieri oggi nel tuo domani! Tu sei ‘l gorgo, e sanza te saremmo al vuoto, tu sei ‘l tutto, prima della voce, principio remoto che ‘l cosmo sfami; odimi Lucifero! di folgore fiero, pur godi de’ neri arcani. Notte scura, de’ tempi l’inizio, il seme che te feconda non è l’opposto, né ‘l tuo nemico; non è vizio né cosa immonda; né il tempo pone o da esso è posto. Solo dopo disgregazion avvien completezza, e perfezion; dal dio fummo abituati: sonno di morte, in cui fummo situati, prima de’ sorte sublime e superna; l’iniziazion, che fa l’omo vero, e forte, vuol nerezza interna, e sarcofago d’argento, pria d’aver quel dorato, in cui de’ gnosi spira vento.
Gritti & il Doppio Caos
“Gritti & il Doppio Caos” è un componimento dell’Agosto 2006, elaborato osservando l’affresco di Tiziano Vecellio “S. Cristoforo” del 1523-24, dipinto per incarico del doge Andrea Gritti sopra la porta di Palazzo Ducale che dalla “Sala dei Filosofi” conduce alla cappella privata del doge e alle sale di governo. Viene qui presentato allo scopo di servire da introduzione alle due poesie che seguiranno, le quali, pur in modo molto diverso per stile e contenuti, affrontano come quella che le precede il problema del CAOS.
Qui il tema viene presentato nel suo aspetto duplice, con una spiegazione dell’affresco di Tiziano che prende spunto dalla teoria pre-cosmica delle acque inferiori e delle acque superiori (il doppio caos) e dell’ “Uovo del Mondo” (Brahmanda), simbolo tradizionale presente in moltissime culture (cfr. l’egiziano Kneph, divinità demiurgica che in forma di serpente partorisce l’Uovo), contenente il “Germe d’Oro” (Hiranyagharba), che galleggia esattamente a metà tra questo marasma indistinto eppur distinto, recando in sè la futura possibilità cosmica.
Gritti & il Doppio Caos
Tra i suoi dipinti Filosofi il duce illuminato dal serenissimo splendor, Gritti campione, volle che un uomo, ma santo, contrassegnasse IL PASSAGGIO. Orsù sappiatelo: l’acqua è CAOS, e solo il fuoco l’asciuga, secca ed ordina: in tre dì il Vecellio pennellò su roccia colui ch’attraversa potente la salata Laguna. Dunque lì il Cristoforo sta, nascosto all’occhio profano. Muscoloso e barbuto, la veste sua riconcilia gli opposti; la nodosa temibile verga affonda nell’amorfo elemento e il bimbo divin regge sulle spalle infaticabili, senza un lamento. Ah quel volpone! Presuntuosissimo Gritti che tanto ben fece all’urbe pesciforme! Quel bimbo sei tu, e chi altro? Ed ecco svelato l’arcano, infantil tranello: dal quel convertito santo si fa portare dall’individuale al collettivo, dall’informale al formale; da casa sua alle sale di governo. Mica facile passar le acque! Ergersi sopra all’ulica sostanza richiede una qualità che il nostro amico, seppur uomo dall’orizzonte vasto, non possedeva: la santità o trascendenza. Dunque tanto vale prenderla in prestito. Ah volpone! A destra il monte, a sinistra la città placida. Sopra al duplice caos si fa portare, e non uno spicciolo offre al guidator che già l’unto (un olio riciclato) deve sopportare. Non scorge l’uovo che, ammollo nel primordial brodo, galleggia; e dall’uno all’altro si fa condurre, sì, ma sopra; e non un piedino bagna l’umida materia nera, né il dogal corno scordato nella stanza accanto. Ma il peso in fondo è poca cosa, e San Cristoforo non si lagna, stoicamente intento; al frutto della sua azione eppur guarda assai, e del beato Krishna non vede insegnamento. Né frigna il pargolo dio indicando il pallido cielo celestino, alla cui ascesa ha compiuto il primo gradino.
Agosto 2006, nella Sala dei Filosofi di Palazzo Ducale
“Il mulinello”, “Albero”
Qualche verso in rima, tanto per dimostrare che della poesia cosiddetta “classica” è rimasto almeno qualche stralcio, in questi giovani allucinati dei nostri giorni. In questi brevi componimenti dalla rima semplice e dal verso più strutturato, la visione della compenetrazione tra la realtà spirituale e metafisica e l’avvenimento spazio-temporale più banale che possiate immaginare è espressa con effetti che mi hanno reso molto soddisfatto, sia all’epoca della composizione, sia più tardi, durante la rilettura.
IL MULINELLO
-
Al cancello
-
un mulinello
-
mi tiene compagnia.
-
E’ amico, chiunque sia.
-
Sono piume d’uccello,
-
cenere, polvere che vola via.
-
In piedi alla scala dei Censori,
-
dove due venti hanno appuntamento,
-
sei osservato: ma dal di fuori.
-
So che è vivo, intelligente e intento
-
non solo a rendere le ore migliori.
-
Rabbia, noia, tristezza e agitazione
-
ti guardo e scompare ogni emozione.
-
Il vento ti inietta sabbia del deserto,
-
e tu balli, voli; con musica, certo!
-
Sei una bella, sana, ricca contemplazione,
-
e sei perenne, puntuale: un’elezione
-
sacra per l’anima, per il Sè e l’Io…
-
Non dico: so chi sei. Dico solo: sei Dio.
Settembre 2006, Palazzo Ducale
ALBERO
-
Animale mosso dal vento, leggero ma pesante,
-
copula di respiro lento, cupola di ciò che sento,
-
o veliero pulsante! Ai celesti il tuo verde contrapponi,
-
dalla terra il tuo seme componi; e nessun pentimento.
-
E senza terra, perduto, il nulla, il nulla supponi.
-
Calmo, furente, grondante, spezzato:
-
santi momenti in cui invidiai il tuo stato!
-
Emancipato dal mondo, unico a vedere cielo,
-
sono ora ieri tempio, linfa, carattere cui anelo.
-
Non mi distingui; tingi, ritingi: ma sei.
-
Ed io per esser te scordo i ricordi miei.
-
Quante, quante spesse lisce statiche ore…
-
Fui te: enigmatiche resine, vena, e mille flore.
-
Il monte, il pianoro, la roccia/trono ed il rivo:
-
l’acquea verde radice da cui in te io derivo.
-
L’identica stessa carta su cui ora io scrivo…
Giugno 2006